Adesso che, con la usuale lentezza di un sistema elettorale a dir poco bizzarro, si incominciano a conoscere i dati definitivi delle elezioni del 7 novembre, la batosta ricevuta dai repubblicani appare in tutta la sua ampiezza. La portata politica della sconfitta tuttavia va ben al di là dei seggi conquistati dai democratici o della differenza di voti tra gli uni e gli altri. Nella Camera dei rappresentanti i democratici hanno conquistato 28 seggi in più dei 201 che avevano, mentre i repubblicani ne hanno conquistati 196, 36 in meno dei precedenti e restano ancora da assegnare 10 seggi. Al senato i democratici avevano 45 seggi contro i 55 dei repubblicani. Per conquistare la maggioranza i democratici dovevano conquistare 24 seggi dei 33 in palio in queste elezioni. Quattro sono al momento assegnati, nel senso che il candidato repubblicano ha ammesso la sconfitta. Due seggi senatoriali, quelli del Montana e della Virginia, sono ancora da assegnare, nonostante i democratici siano in leggero vantaggio. Per il Montana il candidato repubblicano Robert Burns non ha ancora gettato la spugna (potrebbe farlo entro giovedì), mentre per la Virginia il candidato e ex senatore George Allen ha annunciato che chiederà una riconta del voto (come la legge gli consente quando il margine tra i due candidati è inferiore all’1 per cento), e allora se ne parlerà a fine dicembre.
Altrettanto significativa è la vittoria democratica nella sfida per i governatori. Erano in palio 36 seggi su 50 e di questi i democratici ne hanno conquistati 20 (6 in più), rovesciando i rapporti di forza che erano in precedenza di 28 a 22 a favore dei repubblicani. Oltre che numericamente, la vittoria democratica è importante perché riguarda stati in cui da decenni non vi erano governatori democratici, come il Massachusetts (primo governatore nero nella storia), New York, Ohio, Colorado, New Hampshire.
Nelle sfide per i senati e le camere dei singoli stati, erano in palio circa 6000 seggi in 46 stati. Di questi, prima delle elezioni, i democratici ne controllavano 19 e i repubblicani 20 (i rimanenti erano a controllo misto), con una manciata di seggi di differenza. Dopo il 7 novembre 23 parlamenti sono controllati dai democratici, 10 dai repubblicani e 16 sono misti (il parlamento che manca è quello del Nebraska che è unicamerale e senza partiti). La differenza di seggi tra i due partiti è ora di 275.
Interessanti anche i risultati dei circa 80 referendum che sono stati sottoposti al voto in 20 stati e che fanno ritenere che si sia di fronte ad un parziale cambiamento di umore da parte dell’elettorato. Si trattava di quesiti per lo più su questioni “sociali”, alcune delle quali furono determinanti nella vittoria dei repubblicani alle presidenziali del 2004.
In Arizona, ad esempio, è stata sconfitta una legge che rendeva illegale praticamente ogni forma di aborto. In svariati stati è stata approvata la ricerca sulle cellule staminali, in Arizona è stato bocciato un emendamento che definisce il matrimonio solo come unione tra un uomo o una donna (lo stato comunque vieta i matrimoni gay). Vari stati hanno approvato, contro le pressioni delle lobby del tabacco, forti restrizioni al fumo in pubblico e altri hanno chiesto un aumento della paga minima oraria, che è ferma da anni a 5,15 dollari.
Questi i dati nudi e crudi di una vittoria inequivocabile, che tuttavia non sono sufficienti per comprendere la portata dell’evento, che è più simile a uno smottamento profondo del corpo elettorale che non a un terremoto. Cambiamenti vistosi ne ha già provocati a livello federale con l’apertura bipartisan di George W. Bush e il licenziamento del ministro della difesa Rumsfeld, ma il peggio probabilmente verrà per i repubblicani nei prossimi anni.
La vittoria dei democratici infatti non è principalmente dovuta ad un aumento in cifra assoluta del numero dei votanti, peraltro piuttosto alto per gli standard americani, come era avvenuto invece nel 2004 a vantaggio dei repubblicani. Nelle elezioni congressuali di mid-term, quando non è in gioco l’elezione del presidente, la percentuale dei votanti oscilla solitamente sotto il 40 per cento, mentre questa volta è stata ad almeno il 42 per cento.
Se i democratici hanno vinto è stato soprattutto grazie ad una maggiore partecipazione al voto dei giovani sotto i 30 anni [il 24 per cento dell’elettorato] che sono ritornati massicciamente alle urne per la prima volta dai tempi di Reagan e hanno votato per il 61 per cento a favore dei candidati democratici. Poiché in 22 dei 28 seggi fin qui vinti dai democratici la differenza di voti è stata di meno del 2 per cento e si è giocata intorno a qualche migliaio di voti, è evidente che in quei distretti il voto giovanile è stato determinante. Ed è probabile che lo sarà ancora di più negli anni a venire, via via che nuove leve di giovani della cosiddetta “generazione Y”, i nati nell’ultimo quarto del secolo dopo la fine della guerra fredda, entreranno a far parte del corpo elettorale. Ma ancora più importante è lo spostamento generale di voti, che si è verificato in tutto il paese, ma che è stato più rilevante nelle zone e tra i ceti sociali tradizionalmente a maggioranza repubblicana. Tenendo conto che i 435 distretti della Camera hanno una popolazione omogenea di 600.000 abitanti, in 331 distretti vi è stato un incremento di voti per i democratici, mentre solo in 75 distretti per i repubblicani.
I democratici hanno confermato il loro tradizionale vantaggio negli stati dell’Est e dell’Ovest, ma sono anche cresciuti di 4-5 punti nelle roccaforti repubblicane del Sud e del Midwest. Mentre i democratici sono anche tradizionalmente in vantaggio nelle città sopra i 50.000 abitanti, i repubblicani sono più forti nelle zone rurali e nei suburbs. Nelle scorse elezioni si era molto parlato di questo radicamento geografico dovuto anche ad una intelligente strategia elettorale dei repubblicani. Il 7 novembre invece vi è stata una inversione di tendenza: i repubblicani hanno perso più di 8 punti percentuali nelle zone rurali e suburbane, passando dal 57 al 51 per cento, mentre i democratici sono passati dal 43 al 49 per cento.
Lo spostamento di consensi non riguarda l’elettorato “storico” democratico e i suoi ceti sociali di riferimento–donne, anziani, poveri, neri, ispanici e cattolici, ma proprio i ceti sociali che votano a maggioranza repubblicano: i bianchi, ricchi, maschi e protestanti. Sono questi i ceti che, rispetto alle precedenti tornate elettorali, hanno manifestato più dubbi nei confronti della guerra in Iraq e della politica sociale dell’amministrazione.
L’ultimo dato significativo, a conferma che il voto di martedì scorso non è solo un’episodica sconfitta, ma indica una tendenza di lungo periodo, viene dal voto dei cosiddetti indipendenti, cioè di coloro che non si dichiarano appartenenti a nessun partito e che costituiscono il 27 per cento dell’elettorato. Tra costoro il 59 per cento ha votato democratico, con un aumento di 7 punti percentuali rispetto al 2002, che è diventato addirittura di 10 punti per i maschi bianchi.
Insomma, quella che sembra delinearsi, dopo 12 anni di crescita del consenso, è l’abbandono da parte dell’elettorato di riferimento dell’ideologia neoconservatrice costruita con sapienza elettoralistica intorno ai concetti di Dio, Patria, Famiglia. Questa ideologia non è tramontata, ma ha perso consensi dappertutto e non è più maggioranza nel paese.
Se il partito repubblicano vorrà arrestare lo smottamento iniziato il 7 novembre dovrà pensare a ben altro che alla sostituzione di Donald Rumsfeld!.





