Governo a perdere

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Nonostante i miei trent’anni di giornalismo irregolare, non capisco niente di politica. Ossia dei meccanismi e degli esiti di quel complicatissimo risiko che incessantemente si gioca tra partiti, in parlamento, nel governo, sui media, e in geometrie variabili tra un “luogo” e l’altro. Rimango sempre sorpreso, e spesso smetto anche solo di guardare i titoli sui giornali e in tv, per noia o per furore. Ho premesso questo, perché vorrei dire una cosa enorme e del tutto inattendibile: ho la sensazione che l’Unione e il suo governo abbiano di fatto cessato di esistere. In un certo senso, almeno.

Non si tratta solo del fatto che la finanziaria è, nel bene e nel male, un elastico che ciascuno tira dalla sua parte, e quindi cambia e si deforma a seconda dei giorni e delle convenienze: questo è più o meno sempre successo. Non si tratta nemmeno dell’agguato, o della sottovalutazione, che ha affondato il decreto di proroga degli sfratti: è un fatto gravissimo in sé, per via delle centinaia di migliaia di famiglie a rischio, ed umilia chi l’ha proposto, il ministro Ferrero e cioè Rifondazione, ma anche questo è abbastanza consueto, visto che la politica è essenzialmente cinica e capisce solo i rapporti di forza.

Neanche la richiesta della fiducia sulla finanziaria [il decreto fiscale, in particolare] alla camera, dove l’Unione ha una maggioranza comodissima, e dunque si capisce che la frantumazione è forte, è l’indice decisivo: la finanziaria è per l’appunto il gorgo in cui precipitano uno sull’altro gli interessi particolari di ciascuno, vuoi per strizzare un occhio al proprio presunto elettorato, vuoi per faccende ancor meno nobili.
Allora, perché dico quella cosa enorme? Perché se si guarda complessivamente alla politica che il governo ha fatto dalla sua nascita e fino alla finanziaria, si guarda cioè–come recita un adagio logoro–al bosco e non ai singoli alberi, si ricaverà l’impressione che il centrosinistra abbia reciso la sua propria radice, che affondava in un terreno coltivato, negli anni scorsi, da grandi mobilitazioni sociali, da vasti movimenti, da insorgenze civili diffuse [tutte quelle cose che, in varie forme, avevano appunto supplito alla scomparsa dei partiti, che oggi credono di dirigere tutto]. E’ vero che in questa giungla ci sono anche alberi che danno buoni frutti, che la “sinistra radicale” fa attrito, che qua e là spuntano fiori profumati [per fare solo un esempio, l’esclusione dell’acqua dal progetto di generale liberalizzazione dei servizi pubblici], ma–almeno nella mia percezione, e non capisco nulla di politica–l’insieme, il profilo politico e culturale del governo è tale da deludere, tagliar fuori non solo i movimenti più radicali, ma anche gli ex “girotondi” o i quattro milioni che speranzosi andarono a votare alle primarie: insomma, la parte attiva, più sveglia, dell’elettorato del centrosinistra.

Che cosa chiedevano, anzi rappresentavano, i molti e diversi movimenti? Per dirla in due parole: certezza di vita e di lavoro per tutti e i per giovani in particolare [l’articolo 18 questo significava]; uno “sviluppo” non vandalico e una nuova politica per il territorio [le comunità locali contro le grandi opere]: un altro genere di accoglienza per i migranti; una certezza della giustizia e una trasparenza nella decisione politica [i “girotondi”; una politica estera di pace [il caso dell’Afghanistan è ancora aperto, e il Libano non è così certo, per non parlare della Palestina]; e così via. Sommate, queste aspirazioni disegnano un profilo, per un governo alternativo a quello di Berlusconi, del tutto diverso da quello che Prodi e i suoi hanno tracciato.

Al di là delle singole questioni, delle leggi della destra nemmeno messe in discussione, il punto secondo me è questo: la classe politica del centrosinistra, i “riformisti”, hanno optato per un super-liberismo che non solo fornisce ai singoli un ruolo certo e forte, almeno in apparenza, quello di commessi viaggiatori dei grandi interessi, ma parrebbe rafforzare il governo presso i soli interlocutori che esso vede: i “mercati internazionali” [assai severi con il nostro debito pubblico, senza che nessuno si chieda cosa ne è dell’iper-deficit del bilancio federale Usa, tanto per dirne una], la Commissione europea [anch’essa super-liberista], la Nato e l’alleanza militare con gli Usa [timidamente contraddetta solo nel caso del Libano], e, in casa, la Confindustria e la Banca d’Italia [di nuovo, super-liberista]. Si può discutere delle [pallidissime] misure redistributive contenute nella finanziaria, che sia la Cgil che la “sinistra radicale” hanno molto vantato per coprire se stessi, ma è un fatto che la finanziaria è complessivamente anti-sociale [per esempio nel taglio ai bilanci degli enti locali o nel rapporto con il lavoro precario pubblico e privato] e iper-sviluppista [i miliardi di euro destinati alla “crescita”, inclusi i cento milioni per corrompere le comunità locali bersaglio di grandi infrastrutture] finiranno per [ri]finanziare i mostri di cui si sente sempre meno bisogno, anzi il contrario: rigassificatori e inceneritori, autostrade e alta velocità ferroviaria, ecc. Nel frattempo, la bocciatura del decreto sugli sfratti non è solo uno schiaffo a Rifondazione, o solo un attentato agli sfrattati, ma un segnale incoraggiante agli speculatori del mercato finanziario-immobiliare, una delle maggiori fonti di sovraprofitti che esiste in Italia, nella più completa deregolazione. Altro “potere forte” che l’Unione pensa di schierare al suo fianco.

Purtroppo, questa situazione ha i suoi effetti collaterali anche nella società civile, nel ricatto che consiste nel pretendere che tutti si schierino: o con la guerra o con il terrorismo, o con il governo amico o con il governo nemico. A mio modo di vedere, ma non capisco niente di politica, si tratterebbe di affermare, piuttosto che di negare. Per esempio, in decine di posti non secondari, in Italia, si stanno varando piani energetici che cancellano il petrolio, il gas e il carbone cui è affezionato il ministro “per lo sviluppo”, il fossile Bersani. Ma bisogna nutrire speranza, come disse il presidente del consiglio Facta mentre i fascisti di Mussolini entravano in Roma: siamo di fronte non a due politiche economiche alternative ma, come ha scritto anche Piero Sansonetti su Liberazione di giovedì, a due modelli di civiltà. O meglio, un modello è civiltà, l’altro è l’economia cannibale.

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