“Spero che le mie foto riescano a far conoscere in Europa le drammatiche condizioni in cui vivono le popolazioni dell’Afghanistan”, con queste parole il nostro Gabriele Torsello spiegava la ragione della sua missione. Non sapendo che sarebbe stato rapito proprio dai protagonisti delle sue foto. O almeno da alcuni di essi, forse banditi, forse terroristi, forse gente disperata che ha perso tutto sotto i bombardamenti americani, ma sempre da quel popolo che Torsello amava al punto di tornarci nel suo momento più drammatico. Ma la guerra è fatta cosi, divide, spacca, e si mangia tutto in quella spirale d’odio che finisce per convincerti che solo la violenza placa il dolore causato della violenza. Ed è proprio grazie al dramma anomalo di Torsello che ritrovano luce tutte le facce di una vicenda complessa, quella afgana, quella della guerra in nome della democrazia.
Anomalia che emerge fin dal 12 Ottobre, quando si scopre che il nostro Torsello è stato prelevato da un autobus mentre viaggiava nella zona più pericolosa dell’Afghanistan. Segno di sicurezza in se stesso, di fiducia. Da subito il portavoce dei talebani si affretta a dire che loro non c’entrano con il rapimento: “Sono stati dei criminali”. Il 17 i rapitori si sono fatti vivi e hanno chiesto uno scambio di prigionieri con “l’apostata Rahman” convertito al cristianesimo, ed oggi rifugiato politico in Italia. Come se i rapitori potessero incidere dal loro villaggio di montagna, in un caso dai contorni internazionali. Una richiesta che l’ex ministro della maglietta Calderoni ha rilanciato proponendo uno scambio con il presidente dell’Ucoii, Mohammed Dachan. Dimostrando che di paesani ne abbiamo anche noi, ma ai vertici, dove possono irradiarci con la loro sensibilità. Il 18 i misteriosi rapitori cambiano richiesta, vogliono il ritiro delle truppe italiane dall’Afghanistan.
Impresa che non è riuscita nemmeno a fette della maggioranza parlamentare, figuriamoci oggi, sotto minaccia. Niente da fare, passano le ore, altri contatti telefonici con il centro chirurgico di Emergency a Lashkargah. Gabriele sta bene, è vivo. Arriva l’ultimatum fissato per la fine del Ramadan, è domenica 22, festa in Afghanistan, e festa anche per noi. Non succede niente di irreparabile, continuiamo a sperare. In Italia nel frattempo i genitori di Gabriele scendono in strada con gli occhi gonfi a ribadire che loro figlio non è una spia. Un dolore reso ancora più insopportabile perché non se ne capisce l’origine, e appare persino troppo lontano, troppo grande, per digerirlo nella propria vita quotidiana. Ma c’è, ed è condiviso con gli amici del paesello pugliese. Alessano scende in piazza come se un piccolo gesto di una piccola comunità potesse attraversare il mondo. Ma vale la pena tentare, i giornali intanto pubblicano articoli speranzosi, i pacifisti riuniti a Firenze ribadiscono che Gabriele è uno loro, e come loro non centra nulla con le bombe.
I politici non possono dire lo stesso, ma confermano che ci sono trattative in corso, e le istituzioni nazionali hanno aperto tutti i canali possibili per una soluzione positiva della crisi al fine di liberare un nostro connazionale in gravi difficoltà. Benissimo, intanto un loro collega inglese, Lord Nazir Ahmed, primo parlamentare musulmano e amico di Torsello, può spingersi oltre, e chiedere la liberazione di un innocente fratello musulmano. Già, Torsello è musulmano, e questo, oggi, conta molto. L’’Ucoii promuove un appello per la liberazione del fratello Kash, e dice che “La vicenda è islamicamente inaccettabile”. Lo è in realtà per tutti noi. In Campidoglio compare una gigantografia di Gabriele mentre si attende, si tratta, si spera.
In Afghanistan invece si spara, e tanto. Centinaia di presunti talebani, e decine di sicuri soldati della coalizione, alimentano un bilancio di morte che sta assumendo dimensioni imbarazzanti. È la guerra che impazza. È quel vortice d’odio che vorremmo arrestare. Per salvare Gabriele. E tutti noi.





