Velo e non velo

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Con una periodicità che di per sé sarebbe interessante studiare, scoppia in Italia la “questione” del “velo” indossato da molte donne musulmane praticanti. L’ultima occasione sono state le parole di Romano Prodi a proposito del niqab, la versione estesa dell’hijab che copre non solo capelli, spalle e collo, ma anche il viso, lasciando scoperti solo gli occhi. Il tema è stato oggetto di una trasmissione di Primo piano, il format di approfondimento del Tg3, mercoledì 18 ottobre.

In studio, hanno avuto la parte principale Emma Bonino e Andrea Ronchi, portavoce di Alleanza nazionale. Del velo, oltre ai governi di molti paesi europei, dibattono da almeno un secolo la teologia musulmana e i movimenti femminili dei paesi a maggioranza islamica. Un dibattito, quindi, molto articolato. Difficile da gestire nei venti minuti di Primo piano. Anche perché né Emma Bonino né Andrea Ronchi hanno provato a sfiorarlo.

La cosa più preoccupante è stata la somiglianza tra gli argomenti del portavoce di Alleanza Nazionale e quelli della ministra del commercio con l’estero, che è arrivata a rimproverare il governo Berlusconi per “eccesso di discrezione” nei confronti delle moschee, dove, secondo lei sarebbe stato opportuno “ficcare il naso”. Liberale e libertaria, oltre che liberista, si definiva Emma Bonino. Che non ha controbattuto a un argomento diabolico introdotto da Ronchi. Più volte, il portavoce di An ha detto che chi viene in Italia deve essere disponibile a integrarsi, cioè “accettare la nostra lingua, la nostra cultura e la nostra religione”. Se qualcuno dei telespettatori si fosse atteso una risposta della laica Bonino sarebbe rimasto deluso. La ministra non ha nemmeno provato a respingere questo ragionamento che sottintende un’equazione pericolosissima tra diritto di cittadinanza e credo religioso.

Un italiano convertito all’Islam sarebbe meno cittadino, meno “italiano” perché ha rifiutato la “nostra” religione? E un valdese? E un ebreo?
Il cortocircuito evidente è che Ronchi, così come Bonino, continuano a pensare all’hijab e all’Islam come a qualcosa di “esterno”, un innesto su un corpo sociale italiano che dovrebbe restare quanto più possibile cristiano, anzi cattolico, apostolico e romano. Al culmine del ragionamento, diciamo così, Emma Bonino ha anche criticato un “eccesso” di relativismo. Ronchi ha colto subito l’occasione per attaccare la debolezza culturale dell’occidente, eccetera eccetera…

Come se l’identità, quella italiana quanto quella musulmana, fossero fissate una volta per sempre e non frutto di continua evoluzione, ibridazione, meticciato. Ronchi ha in mente, con tutta evidenza, un parametro di “italianità”, un punto di riferimento, un segnalibro storico. Chiedersi a quale pagina si sia addormentato servirebbe a chiarire un po’ meglio dove finisce la polemica per l’hijab e inizia invece la politica di revisionismo culturale.

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