Ho avuto un week end piuttosto intenso e interessante, e vorrei annoiare i nostri pazienti lettori con le considerazioni e i dubbi che ne ho ricavato: e perdonate la chiave tutta personale. Naturalmente, anelavo come tutti, e disperatamente, a prolungare l’estate, il caldo, e invece tra giovedì scorso e sabato ho dovuto prendere atto–e non solo perché ha cominciato a piovere–che l’estate sta agonizzando. Insieme alla pioggia, c’è a dimostrarlo il fatto che tutti, noi compresi, ci siamo subito rimessi alacremente a organizzare incontri, assemblee, dibattiti e seminari. Ci vorrebbe Lévi-Strauss o un altro grande antropologo per spiegare a quale speranza di cambiamento fattuale corrispondano–lo dico con molta partecipazione–i riti fatti di parole che la tribù molto vasta e variegata degli irregolari organizza con una frequenza forsennata. Insisto: noi compresi.
Così, giovedì sono stato a Lastra a Signa, anzi nella magnifica Villa Bellosguardo, un tempo di proprietà di Enrico Caruso e oggi del comune, a discutere di decrescita insieme a Serge Latouche, Luciana Castellina, Massimo Serafini e altri. Venerdì sera, ho dibattuto di informazione di sinistra, alla Festa nazionale di Liberazione, insieme a Valentino Parlato, Piero Sansonetti e Luca Bonaccorsi [di Left]. Sabato ho partecipato all’assemblea dei soci dei Cantieri sociali, l’associazione grazie alla quale Carta è viva. Domenica mattina mi sono svegliato e mi sono chiesto: ebbè? Nello sforzo–vano–di trovare un senso, alla fine ho concluso con questo ragionamento, da prendere con le molle.
Prima di tutto, mi pare che l’aspirazione a una “società della decrescita”, come dice Serge, e che è una espressione misteriosa per la generalità dei nostri politici e dei nostri giornalisti,è ormai molto diffusa in giro, tant’è che al seminario toscano hanno partecipato persone molto diverse, giovani e migranti africani, molti diessini di sinistra. Poi, noto che, in maniera inversamente proporzionale alla diffusione della critica allo sviluppo ed altre bizzarrie, la retorica [termine non necessariamente negativo] sui movimenti, le innovazioni culturali, le rotture con il passato, che ha connotato il discorso pubblico di Rifondazione negli scorsi anni, si è assottigliato con una sorprendente rapidità, per essere sostituito dal “realismo” della politica di governo. Il mio amico Piero si è spinto fino a dire [e magari era un lapsus ma non credo] che la sfida che ha di fronte la sinistra è grandissima, si tratta di cambiare il paese e il modo di governare, e che “questa grande riforma la devono necessariamente fare i partiti di sinistra”. Necessariamente? Io gli ho replicato che mi si accapponava la pelle, ma lui non ha risposto e sono sicuro che se mi rispondesse direbbe che ho capito male. D’altra parte, mi è capitato per la prima volta, dopo anni, di pronunciare la parola “acqua” [volevo esemplificare una forma di comunicazione orizzontale e capace di ottenere effetti concreti] ottenendo un boato di disapprovazione dalle molte centinaia di persone presenti. Non ce ne frega niente, dicevano. Poi, i compagni mi hanno spiegato che si trattava di seguaci di quel certo Fagioli, psicanalista o sciamano, non so bene. Sarà. Ma erano lì, o no?
Sabato mi sono rinfrancato. Perché tra la sessantina di soci di Carta [tra i poco meno di 400 che negli anni hanno versato almeno un milione di lire, o 500 euro, per permettere a Carta di esistere] sembrava prevalere, non vorrei esagerare, la voglia di inventare un luogo autonomo dalla politica, pronto a interloquire con essa ma soprattutto con la società in movimento [invisibile, attualmente], per trovare ossigeno fuori dall’ondata di politicismo che sembra sommergerci. Anna Pizzo, che era stata a un altro dibattito di Liberazione, sul libro di Mario Alcaro sul Mediterraneo e il rapporto con la natura, conferma: “C’era molta gente, anche sotto il diluvio universale”. Anna è poi andata a Blera, paese medievale di grande bellezza in provincia di Viterbo che resiste da anni alla Rai, che vorrebbe trapiantare lì una antenna alta più o meno come la Tour Eiffel: “Mi sono commossa–mi ha raccontato–a vedere l’intero paese, in una chiesa sconsacrata e stupenda, a discutere di come salvare la sua terra, sembrava la Val di Susa nel Lazio”.
Sarà che siamo degli scemi, come ci disse qualcuno quando iniziammo a fare Carta, ma forse non sta succedendo quel che accadde nel ’96, quando tutti stavano fermi ad aspettare che il primo governo Prodi cambiasse [o facesse “crescere” il paese. Può darsi che un mucchio di gente voglia sì che il governo resti lì, sennò torna Berlusconi, e però vuole cambiare le cose. E sta cercando la maniera.
Bene, noi abbiamo pensato di rilanciare i Cantieri sociali, anzi di reinventarli. Una grande associazione da migliaia di soci, che invece di 500 euro ne mettono magari 30, ma ogni anno, per far funzionare una cosa in cui si sommano intelligenze, esperienze, lotte, e noi mettiamo meglio a disposizione il settimanale, il mensile, i libri, il sito, tutto quel che con quei 500 euro moltiplicato 400 abbiamo costruito, di modo che ne venga fuori un punto di vista autorevole, ben ancorato alla società, plurale, capace di fare rete. Chissà. Se vi interessa, leggete quel che ne scriviamo sul prossimo settimanale, e scrivete a Cantieri Sociali.





