C’è una strana logica nei militari. Ciò che non può essere ottenuto con diciottomila e cinquecento soldati – pensano – può essere ottenuto con ventunomila. La sostanza del ragionamento in corso a Mons [Belgio], sede del comando supremo della Nato, è questa.
Il generale David Richards, che comanda il contingente Isaf-Nato ha parlato con il governo di Londra, che ha girato la richiesta agli alleati. “La Nato deve usare tutto il suo peso”, ha spiegato Tony Blair. Duemila e cinquecento soldati, chiede Richards. Soprattutto unità molto mobili, con elicotteri e capacità di trasporto. L’Afghanistan è grande, i talebani colpiscono spesso e rapidamente. I guardiani della democrazia si devono poter muovere ancor più rapidamente. I russi, a suo tempo, avevano puntato molto sugli elicotteri per combattere i mujahiddin. Non ha funzionato. Dettagli tattici a parte, la Nato ha più di un problema. Ci sono forti polemiche tra i paesi che stanno sostenendo il peso, economico, politico e di vite umane, dell’estensione delle operazioni Isaf nel sud dell’Afghanistan.
Il grosso delle truppe di combattimento da quelle parti è fornito da Gran Bretagna e Canada, più contingenti olandesi ed estoni. I tedeschi, che hanno alcune migliaia di soldati nel nord, non sono minimamente disposti a scendere verso il sud. Gli italiani e i francesi se ne stanno nelle rispettive zone di competenza. Per essere un’alleanza, la coesione è piuttosto scarsa. E poi c’è lo zio Sam. Gli Usa hanno duemila soldati dentro Isaf e circa 18 mila in Enduring Freedom [assieme a britannici e canadesi]. In teoria le due missioni hanno compiti differenti. Lo ha spiegato anche il governo Prodi quando si è discusso, un po’, di missione militare in Afghanistan, prima di emettere il “non possumus” che ha chiuso ogni spazio di dibattito.
La distinzione tra le due missioni è, tuttavia, sempre più teorica. Come rilevano tutte le analisi dotate di una qualche credibilità e come ormai ammettono, sottovoce, i vertici militari, l’offensiva dei talebani, partita in primavera e tuttora in corso ha costretto Isaf a “sconfinare” nella controguerriglia di competenza dei marines di Enduring Freedom. Non passa giorno, o quasi, senza scontro a fuoco, attacco, operazione, nel sud soprattutto, ma anche a Kabul e altrove. Le bombe di qualche giorno fa contro gli italiani a Farah rendono bene l’idea.
La riunione di Mons, per di più, si è concluso senza che i generali ottenessero quanto chiesto. Salvo mille soldati polacchi che, però, arriveranno non prima di febbraio. Ci sono evidentemente dei limiti a quello che le baionette possono fare, specialmente se non sono sostenute da una strategia di medio-lungo periodo. In questo, la “performance” della Nato è stata molto, molto al di sotto delle aspettative dei vertici. Già dal 1999 [anno fatidico della guerra contro la Jugoslavia] la Nato punta a diventare farfalla. Uscire dal guscio dell’alleanza militare per trasformarsi in una levatrice di democrazia. L’esperimento afghano è questo, in sostanza. Nation building, in gergo. Condoleezza Rice ha detto, poco prima del vertice di Mons, che l’Afghanistan rischia di diventare [o di tornare ad essere] un “failed state”, uno stato fallito. Come la Somalia, tanto per capirci. Solo che il fallimento, in questo caso, è tutto da attribuire a chi, dopo aver fatto la guerra, ha fallito il compito della ricostruzione.
I costi, di vite umane, politici, economici e sociali di questo fallimento si accumulano sulle spalle degli afghani, già gravate da più di tre decenni di invasioni, guerre civili e regime oscurantista. La logica comune dice che è difficile convincere qualcuno che stai agendo per il suo bene se gli punti addosso un fucile. E ventunomila fucili fanno più danno di diciottomila e cinquecento.





