Di fronte all’ennesima strage dell’immigrazione clandestina assistiamo a un copione già visto tante volte. Il sindaco dell’isola che chiede di bloccare i “clandestini” prima che arrivino a Lampedusa e il ministro dell’interno che se la prende con i criminali che organizzano questi viaggi, e sembrerebbe anche con la magistratura, colpevole di non riuscire a debellare il traffico di migranti.
Sono posizioni che si ripetono da tempo, dai tempi di Berlusconi e Pisanu, che servono forse a sistemare la coscienza dei governanti, ma che lasciano sgomenti per la assenza di realismo di fronte ad un fenomeno ormai strutturale determinato in parte anche da leggi proibizioniste che vietano ogni reale possibilità di ingresso legale, soprattutto ai potenziali richiedenti asilo, come coloro che provengono dall’Eritrea, dalla Somalia e da numerosi paesi dell’Africa sub-sahariana, o che impongono ai lavoratori stagionali l’ingresso irregolare per il ridottissimo numero dei flussi di ingresso legale nelle regioni meridionali.
Ignorare che le barche stracariche di migranti non si possono bloccare a mare, o rimandare nei porti libici, neppure con i sofisticati sistemi finanziati dall’agenzia europea Frontex, oppure addossare tutta la colpa delle stragi agli scafisti, significa soltanto fare esercizio di ipocrisia e tentare di mantenere il consenso elettorale a scapito della vita di tanti uomini, donne bambini.
La magistratura siciliana sta indagando da tempo sulle reti criminali che inviano i migranti a morire nel canale di Sicilia, ma troppo spesso le indagini si bloccano davanti all’evidenza che ormai gli scafisti rimangono a casa e che le imbarcazioni sempre più pioccole per sfuggire ai pattugliamenti congiunti sono affidate agli stessi migranti. Le organizzazioni criminali che operano nei paesi di transito potrebbero essere sgominate in un solo momento se solo i governi di quei paesi, con i quali l’Italia stipula puntualmente accordi di riammissione, decidessero di non lucrare più sulla pelle dei migranti, riconoscendo a loro volta i diritti fondamentali dei migranti sanciti dalle convenmzioni internazionali. Ma questo costerebbe troppo e nessun paese europeo porterebbe avanti accoprdi di cooperazione che non prevedano, almeno sulla carta, il blocco dei clandestini. Non importa a quale prezzo in termini di vite umane.
Gli accordi di politica internazionale e le normative interne, che i paesi europei inaspriscono ogni giorno, come si è verificato da ultimo in Spagna ed in Francia, hanno prodotto centinaia, forse migliaia di morti nel canale di Sicilia, e altri morti continueranno a produrre, fino a quando non ci sarà una decisa inversione di tendenza, con una disciplina comunitaria e nazionale sugli ingressi per lavoro, con nuove disposizioni sul diritto di asilo e dulla protezione umanitaria, con norme di protezione per le vittime più deboli, le donne ed i minori.
Fino a quando tutto questo non avverrà, toccherà ai responsabili della politica il peso maggiore delle stragi che si continueranno a ripetere nel mediterraneo, ed è ben triste che le popolazioni locali e i loro rappresentanti non comprendano che il respingimento in mare o nel deserto del Nord Africa equivale a una condanna a morte.
Per contrastare questa politica di morte occorre invece proprio l’impegno delle comunità locali e la maggiore solidarietà possibile, occorre non cadere nell’inganno diffuso da chi non riuscendo a governare un fenomeno, trova soltanto risposte sul piano repressivo, senza percepire che queste tragedie sono proprio frutto delle politiche di sbarramento attuate in questi anni in tutti i paesi europei.





