Caschi bianchi in Libano

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La discussione è febbrile, già circolano cifre sul contingente italiano di circa 3000 militari che dovrebbe partecipare alla missione dell’Onu nel sud del Libano: la portaerei Garibaldi e altre quattro navi, questo o quel reparto, dotato di mezzi corazzati così e così, un costo di 150 milioni di euro per i primi sei mesi, e così via. La politica discute: ciascuno vuole approvare la missione però facendo notare la sua differente valutazione, o pronostico, distinguersi da quel che il governo Prodi sta progettando. I tempi stringono, già ci sono incontri tra esercito israeliano e libanese sul passaggio delle consegne, non si potrà nemmeno fare un dibattito in parlamento, solo nelle commissioni competenti delle due camere. E i giornali pubblicano liste dei “dissidenti”, a suo tempo, sull’Afghanistan, la cui quasi totalità è invece ora favorevole alla partecipazione italiana [militare] al contingente dei caschi blu. D’Alema fa il giro del Medio Oriente dicendo cose ragionevoli: che l’attacco israeliano ha rafforzato Hezbollah, che una guerra non risolve mai i problemi e anzi li aggrava, che la priorità sono gli aiuti umanitari…

Appunto, Ancora, di nuovo, la discussione è tutta militare: quali “regole di ingaggio”, quale armamento, quanti uomini, quanto in grado di combattere, affiancati da chi, e così via all’infinito. Pare che non vi sia altra soluzione: in fondo, gli aerei israeliani hanno smesso di bombardare i quartieri di Beirut, i villaggi del sud e le ambulanze, e i missili di Hezbollah hanno cessato di cadere nel nord di Israele, i conti politici e militari si stanno facendo, Hezbollah si considera non a torto vincitore, l’esercito israeliano pretende le dimissioni del suo capo di stato maggiore che, un giorno prima di ordinare l’attacco, ha ordinato al suo agente di borsa di vendere le azioni che possedeva: con la guerra, avrebbero perso valore. Un altro mito che va in pezzi, l’esercito di Israele.

Ma il punto è forse che, accanto ai milioni di euro per agli uomini in divisa e gli equipaggiamenti bellici che l’Italia e gli altri paesi spenderanno per fare da cuscinetto tra gli uni e gli altri a sud del fiume Litani, si tratterebbe di dispiegare un’altra “offensiva”, civile e di pace: si dovrebbe spendere almeno altrettanto per rimettere insieme i cocci della vita civile del Libano, mandare medicinali, cibo, mezzi per la ricostruzione, e personale adatto alle necessità, medici, ingegneri, agronomi… Ci vorrebbero anche i caschi bianchi, a fianco di quelli blu, gente che–in accordo con le comunità locali cristiane, sunnite o sciite–lavorino non solo a far tornare i bambini a scuola, ma a far vedere una faccia aperta, gentile, generosa dell’Europa. Non sarebbe il modo migliore per capire e farsi capire da quei mostri–così vengono dipinti–chiamati Hezbollah? Oppure preferiamo le idiozie guerriere di chi scrive sui giornali che gli “islamo-fascisti” possono solo scegliere “tra arrendersi o perire” [linguaggio fascista], che gli Hezbollah sono fascisti perché fanno il saluto romano [già, ma come mai si chiama “romano”?] o che, se bisogna scegliere tra lo stato di diritto e la salvezza, bisogna buttare a mare le regole della convivenza civile?

Siamo stati il giorno di Ferragosto al funerale di Angelo Frammartino, a Monterotondo, abbiamo visto un popolo, giovani e anziani, gente di sinistra e credenti, che stretto nella chiesa guardava con grande pena e grande speranza a quella bara ricoperta con la bandiera della pace. Loro, e Angelo, si aspetterebbero che nel Libano del sud si gettino semi di pace, e che i soldati restino il tempo strettamente necessario.

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