Come in ogni disastro che si rispetti, l’orchestra ha continuato a suonare fino all’ultimo minuto, tra i giri di valzer dei negoziatori e i molti comunicati stampa rassicuranti nei quali si rinnovava l’impegno dei Paesi membri a raggiungere un risultato rapido quanto sempre meno immediato. Gli Stati uniti non hanno voluto ridurre di un millimetro i sussidi alle proprie esportazioni agricole. L’Unione europea ha guardato con sempre maggiore appetito ai possibili nuovi mercati per i propri prodotti industriali e servizi. Le nuove potenze in ascesa come Brasile, India e Cina, capaci di navigare a vista in un mercato internazionale senza regole e potendo contare su grandi potenzialità di produzione, di crescita e di consumi, non hanno assecondato gli appetiti delle vecchie potenze globali, puntando anch’esse a portare a casa il più possibile concedendo il meno possibile in tema di diritti e di opportunità per tutti.
Così il transatlantico dell’Organizzazione mondiale del commercio [Wto] ha cozzato contro la propria stessa ambizione: quella di poter governare un mondo in profonda transizione aprendo la cabina di comando ai soliti sei protagonisti–Ue, Usa, Australia, Giappone, India e Brasile–e lasciando il resto del mondo a guardare. Il cosiddetto Round negoziale dello sviluppo, quello lanciato a Doha all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle con la missione impossibile di assicurare al mondo pace e prosperità attraverso un’accelerazione degli scambi commerciali, è imploso a Ginevra senza troppe cerimonie, in una guazza indistinta di scambi d’accuse tra i sei grandi che avrebbero dovuto salvarne le sorti.
All’indomani dello stop dei negoziati “a tempo indeterminato”, che i movimenti salutano con sollievo, è il momento di pensare al dopo Doha round. La società civile internazionali ha denunciato per anni l’impossibilità di raggiungere su queste basi un qualsiasi accordo che arrivasse in misura appena sufficiente a raggiungere il proprio obiettivo dichiarato di far sollevare le economie più fragili dallo stato di marginalità in cui il mercato e la politica dei Grandi le hanno relegate. È evidente che, al di là della retorica sparsa a piene mani in questi ultimi cinque anni, nel grande mercato globale, più che a pensare ai più poveri, ciascuno è ben intento a guardarsi le spalle e i propri interessi.
Resta il fatto che, a guardare bene i dati, in undici anni di Wto, alla faccia del libero mercato, con le regole attuali del commercio internazionale vincono soltanto i più attrezzati. Pur essendo solo il 14% della popolazione mondiale, secondo lo stesso Rapporto sul commercio mondiale redatto dalla Wto, i paesi più ricchi realizzano il 75% delle esportazioni mondiali. I paesi a basso reddito, invece, il 40% degli abitanti della terra, esportano solo il 3% del totale. Tutta l’Africa subsahariana non rappresenta che l’1% dell’export mondiale. E se rinunciassimo a fare del commercio il cuore della politica multilaterale? Se, cioè, in altre parole, proprio questo stop ci consentisse di mettere al centro dell’agenda di nuovi negoziati tra Stati una seria cura dimagrante per la Wto, dalla quale, finalmente, far uscire i diritti, la biodiversità e i servizi essenziali, riaffermando la priorità della politica e dei popoli di negoziare modelli di convivenza e di sviluppo sostenibili a prescindere delle esigenze dei mercati?
Che cosa dovrebbe rimanere in carico alla Wto? Sicuramente un’azione di armonizzazione di dazi e tariffe che contempli la protezione dei sistemi o dei comparti più sensibili, che privilegi e premi l’equilibrio dei mercati interni, le filiere corte, le produzioni più eque e sostenibili. Al posto del liberismo e della deregulation che spaventa, proponiamo regimi di preferenze per quei Paesi che garantiscano maggiori garanzie sociali e ambientali, ma anche un’azione contro la concorrenza sleale più efficace di quanto non sia stato fino ad oggi, a tutto vantaggio dei grandi speculatori del Nord e del Sud del mondo. Il cantiere delle alternative da oggi è di nuovo aperto.





