Il gioco

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Cosa c’è di buono, nel restare paralizzati davanti alla tv, durante un campionato del mondo vinto a fatica e tra folle in tumulto che agitano bandiere tricolori? Ho diversi amici [e compagni] che solo in virtù della loro indulgenza non mi hanno detto, nei giorni più roventi del mondiale, “sei scemo”. Però so che lo pensavano. Io mi difendevo un po’, dicendo loro preventivamente “eh, tutti abbiamo qualche irrazionalità, in un angolo della testa”, e mi inerpicavo in spiegazioni, o scuse, che spiegavano la frenesia che mi prendeva prima, durante e subito dopo Italia-Germania o Italia-Francia con l’imprinting infantile e la raccolta di figurine, con la sublimazione del conflitto tra nazioni [che è sì conflitto, ma che non lascia vittime sul terreno], e così via.

Sbagliavo. L’ho capito la notte che, vinta la coppa, sono andato a fare due passi fino al Colosseo, a guardare la folla tumultuante e ubriaca di felicità, di orgoglio, della sensazione di star vivendo un momento storico, o semplicemente fatta di persone felici della loro gioventù. Già, perché si trattava quasi solo di ventenni o trentenni, che finalmente – così mi pareva – si sentivano liberi di invadere la città oltrepassando i confini che di solito li relegano fuori, altrove, nell’indefinito di una condizione incerta. Ora, sembravano dire, anche noi abbiamo un passato memorabile che può dare senso al nostro futuro.

Ho letto, il giorno della finale, una lunga intervista a Guenther Grass, sulla Repubblica, in cui il famoso scrittore di sinistra diceva: finalmente anche noi tedeschi abbiamo potuto sentirci patriottici senza troppi sensi di colpa. La “buona notizia” di questo mondiale, ha scritto sempre sulla Repubblica, Bernardo Valli, è che esiste un patriottismo tedesco “light”, giocoso e non aggressivo. E viceversa, ha scritto sul Corriere della Sera Mario Sconcerti, la ragione per la quale le altre nazionali non vorrebbero mai misurarsi con quella italiana è che noi siamo “meticci” per storia, e non [ancora] per composizione sociale ed etnica, come la Francia [che infatti ha una squadra in cui le facce bianche sono estrema minoranza], e perché siamo abituati ad arrangiarci, ad iniziare già in svantaggio, perché non siamo organizzati come i tedeschi, brillanti come i francesi, innamorati del bel gioco come gli spagnoli [e infatti El Pais ha riempito di insulti la squadra di Lippi] o giocolieri come i brasiliani. Eppure, abbiamo vinto quattro coppe del mondo, superati solo dal Brasile.

Come si spiega? Ha senso individuare qualità “nazionali”? C’è un genio locale, nazionale in questo caso, che distingue un italiano da un francese? Quando Gennaro Gattuso, l’uomo di fatica della squadra azzurra, dice alla tv, lui calabrese, che “ho due o tre fratelli di mia madre emigrati in Germania”, sta facendo solo della demagogia, perché parla di una sofferenza sociale che non saranno certo i “circenses” [come dicono i miei amici severi] ad addolcire, oppure sta dicendo che il modo di giocare suo e della nazionale, “magari a tratti non bella da vedere ma tosta”, assomiglia molto al modo di lavorare di quei due o tre zii, gente povera in terra straniera, magari non bella da vedere ma tosta?

Aggiungeva, Guenter Grass, che la sinistra sbaglia, a lasciare la “nazione” alla destra. Forse, si potrebbe aggiungere, è proprio nella globalizzazione che distrugge gli stati-nazione, e nell’Europa che abbatte i confini [per lo meno per gli europei] anche nell’immaginario più potente, quello del denaro, che l’essere “italiani” o “francesi” perde la sua connotazione aggressiva, quella che ha provocato le guerre mondiali, per diventare qualcos’altro. Così che il campionato del mondo, più che a una guerra simulata assomiglia a un gioco di ruolo, in cui ciascuno mette quel che di meglio pensa di avere.

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