Bollettino della vittoria

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Ci sono eventi simbolici che valgono più di un comitato centrale o di una proposta di legge. Infatti il Corriere della Sera [il nostro miglior nemico] se n’è subito accorto, a differenza dei giornali di sinistra: ha messo la notizia in prima pagina, martedì, e fatto scrivere l’editoriale al peso massimo Alberto Ronchey, il giorno dopo. L’evento è riassumibile con le parole del Bollettino della vittoria del 1918: i macchinari e le ruspe della Cmc risalgono in disordine le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza [e con l’aiuto di migliaia di poliziotti]. La valle è la Val di Susa e il luogo è Venaus. La Cooperativa cementasti e muratori – di sinistra – si è alla fine arresa all’evidenza: lì, i lavori per il tunnel del super-treno non partiranno, per lo meno in tempi contabilmente sostenibili. Il mal-appalto è andato di traverso ai complici dei peggiori manipolatori di territori, lagune e stretti del nostro sfortunato paese [e paesaggio].

Ronchey s’indigna: ecco, siamo tagliati fuori dall’Europa. E se la prende con “i sindaci indotti o incitati a temere disastrosi danni ambientali” [il suo collega Sergio Romano aveva elaborato a suo tempo questa teoria: ci sono i “professionsti no global” a “guidare” sindaci, parroci, insegnanti, operai, insomma tutti i valsusini]. Può essere, anzi è certo, che Ronchey e Romano non abbiano la minima idea di quel che davvero accade in Val di Susa, per cui danno dell’"incitato" ad Antonio Ferrentino e a Nilo Durbiano, due dei sindaci in questione. Ed è sicuro che Ronchey mostra il più totale disprezzo per l’ambiente, cioè per i luoghi in cui la gente vive, tanto che fa del sarcasmo sui comuni che hanno protestato contro l’alta velocità, nel Lazio, per difendere “persino specie rare di rospi”: come se i poveri anfibi fossero esseri spregevoli che il progresso deve schiacciare [i rospi combattono le zanzare meglio dei prodotti chimici di Bayer, la cui vendita fa crescere il Pil, e in ogni caso fanno parte dell’inestimabile biodiversità che permette a tutti noi di essere vivi].

Ma, detto questo, il Corriere della Sera in questo modo tenta di influire sul governo, su Prodi, alla vigilia dell’arrivo della signora De Palacio, commissaria europea e residuo tossico dell’epoca di Aznar, il Berlusconi spagnolo, e di altre scadenze istituzionali attorno a cui si sono schierati i presidenti di destra e di sinistra del Nord Italia, ecc.

Ma questo gioco con tutta evidenza non funziona, e non solo perché già esiste una fitta diplomazia tra i No Tav e i ministri interessati, Di Pietro e Bianchi, o perché nell’Unione ci sono parti politiche con opinioni divergenti. Non funziona essenzialmente perché la lunga resistenza dei valsusini è un caso esemplare di come la sovranità delle comunità possa con successo ostacolare i progetti dei poteri: quelli economici, dominanti, e quelli politici, che sono al servizio dei primi.

Tredici anni di auto-informazione, di democrazia diretta, di elaborazione di controproposte, di ricerca del senso di sé e dei propri luoghi, di allargamento di alleanze con ricercatori e altre comunità con gli stessi problemi: questa è stata la premessa perché, quando lo “sviluppo” si è presentato alla porta a mano armata, l’intera valle si opponesse pacificamente e con fermezza. Senza mai ricorrere alle scorciatoie, ai compromessi o alla violenza cioè, e studiando ogni incrinatura nel fronte avversario, mostrandosi ragionevoli e seri, persone normali che semplicemente chiedono una vita sana. Così, a diventare gli “ultrà”, sostenitori di qualcosa che è manifestamente folle sono stati gli altri, le Mercedes Bresso e i Pietro Lunardi.

Ecco, non suggerisce nulla, tutto questo, a proposito dei diversi e gravi problemi su cui il nuovo governo – la sua parte maggioritaria – non dà segno di voler cambiare rotta? Sì, suggerisce che, sul tema decisivo dell’energia, al disegno di legge di Bersani si replica con la proposta di una moratoria di ogni centrale “fossile”, con la forza di molte comunità aggredite e con la complicità di parlamentari, funzionari dei ministero dell’ambiente e ecologisti. Che sui Cpt si marca stretto Giuliano Amato, intanto chiedendo l’apertura dei centri ai giornalisti – misura che ne scardinerebbe la attuale violenta normalità – e studiando il processo per “superarli” [come dice il programma dell’Unione] per davvero, cioè chiuderli. Così sulle droghe, sull’amnistia, sulla legge 30 [l’8 luglio la grande assemblea nazionale di movimenti e sindacati], ecc.

Così dovrebbe andare anche sull’Afghanistan. Chi strilla al tradimento lo fa per i comodi suoi: ha l’occasione di “incastrare” la “sinistra radicale” al governo e pensa di lucrarci qualcosa. Fa del teatro. La guerra in Aghanistan è un problema molto più serio delle piccole concorrenze nell’estrema sinistra. Ora vedremo cosa Rifondazione, Verdi e Pdci riusciranno a ottenere sul rifinanziamento delle missioni militari, ma il problema è soprattutto nostro, della società civile e del movimento della pace, che devono creare su Kabul lo stesso clima che si è creato sull’Iraq, da cui infatti le truppe italiane devono ritirarsi, come anche D’Alema è costretto a dire a Bush. Se non c’è questa premessa, nessuna “avanguardia” otterrà nulla di serio, se non un clima di acido scontro tra parti del pacifismo italiano. Bisogna fare di Kabul un’altra Venaus, se ne siamo capaci.

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