Diagramma afghano

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Una delle tante frasi del subcomandante Marcos che mi sono restate appiccicate addosso – perché hanno la forza dei proverbi, pur essendo nuove fiammanti – è quella che dice “i tempi della società civile non sono i tempi della politica”. Vuol dire che bisogna immaginare due diagrammi che non corrono paralleli, ed anzi può accadere che uno abbia un picco mentre l’altro ha una depressione, e viceversa. C’è insomma un che di imponderabile, e di sorprendente, nel modo in cui nascono, erompono o si allargano fin quasi a sembrare scomparsi i movimenti della società. Ciò che non corrisponde se non occasionalmente ai tempi definiti, scanditi dalle elezioni e da altre agende istituzionali, al cui ritmo ballano i politici.

Tutta questa premessa serve a introdurre un tema, la spedizione militare italiana in Afghanistan, su cui al contrario si pretende da parte di molti che i tempi della società civile si adeguino ai tempi della politica: in questo caso, il voto con cui entro fine giugno il governo e la maggioranza dell’Unione dovranno decidere se e quali “missioni” all’estero rifinanziare. Per mettere le mani avanti, dirò che l’opinione di Carta, sulla vicenda afgana, è identica a quella esposta con efficacia da Gino Strada sul Corriere della Sera di giovedì: a testimoniarlo stanno le diverse copertine che al tema abbiamo dedicato, negli anni, anche mentre gran parte di coloro che oggi, come scrive sul manifesto l’ottimo Angelo Mastrandrea, “tuonano” contro l’Unione e la sua parte più di sinistra, pensavano ad altro. Al punto che un bel giorno ci arrivò un messaggio corredato di fotografie con cui il portavoce delle truppe italiane a Kabul voleva dimostrare come i soldati siano laggiù per aiutare la popolazione civile, venendone riamati. Come dice Strada: la verità è che in Afghanistan ci stiamo insieme ai marines, che occupano il paese e vengono considerati occupanti.
E infatti non è vero, come dice sempre Mastrandrea, che non ci sia stata opposizione all’invasione dell’Afghanistan per imbarazzo sui talebani e perché l’11 settembre era troppo prossimo. Il nostro amico del manifesto non ha buona memoria: ai primi di novembre del 2001, mentre in Piazza del Popolo, a Roma, Giuliano Ferrara e i suoi amici [tra cui Gianni Riotta e Lucia Annunziata] si esibivano con le bandiere a stelle e strisce, centomila persone camminavano attorno al Colosseo contro quella guerra.

Ma non sono purtroppo le “avanguardie”, per quanto come in quel caso numerose, a cambiare in un periodo breve la coscienza di un paese. E’ accaduto con l’Iraq, due anni dopo, che il rifiuto della guerra diventasse senso comune, azione di grandi numeri, milioni di bandiere e milioni di manifestanti in due o tre occasioni. Ed è questo il conto che i “riformisti” amanti dei bombardieri, come D’Alema, debbono ora pagare, ritirando – il più lentamente possibile, senza “irritare” Bush, come ha detto Prodi, che qualche volta sembra scemo – le truppe dall’Iraq.

Sull’Afghanistan il diagramma è diverso. Sì, noi – noi “professionisti” della pace – sappiamo che è anche quella una guerra sbagliata, l’occupazione illegale di un paese che ha aggravato una situazione già drammatica, o che per lo meno ha posto le basi per l’ennesima guerra afghana. Sappiamo che la bandiera dell’Onu sventola su Kabul per un ricatto, o un imbroglio. Che sostituire i talebani dell’integralismo islamico con i talebani della “guerra al terrorismo” [ciò che ha provocato massacri e quell’insulto all’umanità che è Guantanamo, tra l’altro] non è una gran soluzione. Che la Nato è lì per ragioni non individuabili nello statuto dell’alleanza. Che la produzione e il commercio di oppio sono tornati ad essere la principale voce del Pil [sia detto con sarcasmo] del paese. Che i progetti sul petrolio delle repubbliche asiatiche ex sovietiche sono parte decisiva del problema. Che infine Osama Bin Laden resta lì, ad apostrofare il mondo su tutto quel che accade come si trovasse in uno studio televisivo di New York.
Bene, sappiamo tutto questo. Ma possiamo dire che si sia creata una situazione, nella società civile, anche solo lontanamente paragonabile a quella che si è creata sull’Iraq? Non sarebbe il caso, invece che partecipare al gioco delle quattro mozioni, chiedersi come sia possibile far circolare i più l’informazione, promuovere dibattito, insomma tagliare le gambe corte delle bugie ufficiali, che hanno fatto breccia nell’opinione corrente?

Dico “gioco delle quattro mozioni” non per disprezzo. Se la “sinistra radicale” dell’Unione ha difficoltà a dire “no” e basta questo dipende principalmente dalla debolezza di fondo del movimento per la pace, sull’argomento. Non da opportunismo, destrismo o altri “ismi” grazie ai quali a sinistra ci si colloca invariabilmente più a sinistra di qualcun altro. Penso che i parlamentari di Rifondazione, Verdi, dei Comunisti italiani, della Sinistra ds faranno il loro mestiere al meglio possibile, date le condizioni. Ma non è da lì che si deve aspettare la risposta alla domanda: come la facciamo finita con quest’altra guerra, dopo aver costretto la politica – tutta – a fare marcia indietro sull’Iraq?

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