Vi proponiamo un quiz. Non si vince niente, se non la soddisfazione di averci azzeccato. Qui sotto pubblichiamo uno stralcio da un articolo uscito mercoledì 7 giugno su un quotidiano nazionale. Si tratta di indovinare chi l’ha scritto e su quale giornale. Se volete tentare, scrivete a Carta.
Al quiz che abbiamo proposto ha risposto qualche decina di visitatori del sito. La gran parte ha indovinato, o già conosceva la risposta per aver letto l’articolo. Altri hanno risposto “non lo so, ma mi sembra incredibile”; oppure “Giuliano Ferrara sul Foglio”; “Vittorio Feltri su Libero”; “Fulvio Grimaldi forse su Liberazione”. La risposta esatta è: l’ha scritto Luigi Cavallaro, economista e marxista, sul manifesto. Una gentile lettrice, che conosceva la risposta e in ogni caso si complimentava con Carta per il suo lavoro, ha chiesto “cosa volevate dimostrare?”. La nostra risposta è: niente, non volevamo dimostrare proprio niente. Solo far sapere che, di tutto quel che è accaduto da Seattle 1999 in poi, circolano, a sinistra, anche interpretazioni di quella natura. Vogliamo un mondo – come dice il subcomandante Marcos – che contenga molti mondi. Anche quello di Cavallaro.
Ecco il testo.
“L’ interpretazione proposta da Paul Berman [nel libro "Sessantotto. La generazione delle utopie”, edito da Einaudi, ndr.] permette di capire anche il motivo per cui la critica che alla ‘globalizzazione neoliberista’ hanno mosso altri reduci della generazione del ‘68, adesso organici al ’movimento’ nato a Seattle, non ha dato luogo se non a un proliferare di iniziative. Iniziative che condividono col ‘neoliberismo’ l’aspirazione a un radicale decentramento delle decisioni riguardanti cosa, come e per chi produrre; e che, anzi, quel neoliberismo lo criticano perché, paradossalmente, avrebbe troppo potere nella Wto, nell’ Fmi, e così via.
Si può credere, ovviamente, ciò che si vuole, ma il ‘commercio equo e solidale’ è prima di tutto “commercio”, le imprese nonprofit sono ‘imprese’ come (e anzi meglio!) delle imprese capitalistiche e certe visoni della ‘decrescita’ – strettamente imparentate con le aspirazioni hippy e freak per una società che, ricorda Berman, doveva essere ‘fatta di comuni campagnole e di cooperative alimentari’ – evocano scenari degni di dagherrotipi ottocenteschi della frontiera americana. E’ fuori luogo, allora, ricordare che l’idea ‘partecipata’ di democrazia fu formulata con chiarezza senza pari dal padre della Dichiarazione d’indipendenza americana, Thomas Jefferson, per il quale non ci può essere democrazia se ciascuno non partecipa al governo della cosa pubblica tutti i giorni, e non soltanto il giorno delle elezioni? E se è vero che le decisioni concernenti cosa produrre e cosa consumare sono le più importanti fra le decisioni quotidiane, quale democrazia può residuare quando esse vengano ‘alienate’ ai pubblici poteri?
Come si vede, si tratta della medesima critica al ‘totalitarismo costruttivista’ che ispira le politiche liberalizzatrici condotte dai governi a Est e a Ovest della cortina di ferro nell’ultimo quindicennio. ‘Le lezioni che ci propone sono umili fino all’estremo – scrive Barman – sebbene il suo modo di descriverle sia tipicamente grandioso. Vuole spingerci a costruire un nuovo umanesimo, completamente diverso dal vecchio umanesimo dell’Ottocento determinato a sottomettere tutti i popoli alla stessa idea di bontà e verità’, e che deve ‘prendere le mosse dal riconoscimento di ciò che è inumano nell’uomo’.
Riconosci in te stesso la capacità di essere un mostro: cos’altro ha scritto Marco Revelli in Oltre il novecento, che Luigi Pintor ha definito il ‘libro più organicamente anticomunista che io abbia mai letto’? Resta ovviamente da capire se quest’approdo – invero disperante – della cultura che animò la generazione del ‘68 fosse l’unico possibile ovvero uno di quelli possibili".





