Hanno la faccia

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Qualcuno dei nostri affezionati lettori ricorderà una celebre copertina di Cuore, il settimanale satirico, con un titolo che diceva: “Hanno la faccia come il culo”. Siccome si parlava di socialisti craxiani nel pieno del loro fulgore, quel titolo ebbe un effetto liberatorio: un’espressione, diciamo così, familiare, può aiutare. Ecco, ci vorrebbe qualcosa del genere – un giornale geniale come fu Cuore – per commentare l’editoriale sul Corriere della Sera di lunedì 5 giugno. Sergio Romano, ex ambasciatore italiano a Mosca, è uno dei fenomeni misteriosi che affliggono i media italiani. Di colpo, un signore [più raramente una signora, e solo se fa cose imbarazzanti in pubblico, come quelle che scrive Oriana Fallaci] diviene una autorità, un “opinion maker”, un censore del dibattito pubblico. Chi è Sergio Romano? Tutti ce lo chiediamo da anni, guardandolo in tv o leggendolo sui giornali. Finalmente abbiamo la risposta, ed è quella fornita a suo tempo da Cuore. Qual è la tesi di Romano: che Gennaro Migliore, capogruppo di Rifondazione alla camera, invoca il “diritto all’illegalità” quando dice, semplicemente, che nessuno può essere recluso per ragioni amministrative, che i Cpt [come quello di Corso Brunelleschi a Torino] devono essere chiusi, anzi “superati” [lo dice il programma dell’Unione], e che l’immigrazione clandestina non può essere un reato, come l’attuale legge prevede. Ma – obietta Romano – se l’Italia fosse così “liberale”, “i mercanti dell’emigrazione dirotterebbero verso l’Italia la loro ‘merce’ e aumenterebbero il loro giro d’affari”. A seguire, considerazioni sulla difficoltà di Prodi ad avere a che fare con il “verbo anticapitalista, antimilitarista e terzomondista” di Bertinotti e dei suoi compagni.

Tutto questo, Romano lo scrive all’indomani dell’ennesima rivolta in un Cpt, a Torino appunto, causata non dalla follia dei migranti – come le tv e i giornali raccontano – ma dall’umiliazione di stare in una gabbia dentro un’altra gabbia dentro una vecchia caserma, sorvegliati a vista e maltrattati, senza che sia stato contestato loro, e ai loro avvocati, un reato preciso. I campioni della “civiltà occidentale” come Sergio Romano [o come Alberto Ronchey, che sul Corriere di due giorni prima ha messo in guardia dalle “masse erratiche” e “islamiche” che stanno per invaderci] dovrebbero per primi protestare per questa violazione della civiltà giuridica che cerchiamo di esportare nel mondo con le bombe. Per non parlare delle illegalità ai danni dei richiedenti asilo, rigettati in mare senza che venga rispettato il loro diritto a presentare la domanda di asilo [e del resto non esiste nemmeno la legge, in proposito, come ogni organismo internazionale fa notare all’Italia dei Romano].

Ma c’è, in più, un punto di vera imbecillità, nel ragionamento di Romano [a meno che non si tratti della fattispecie segnalata da Cuore]. Ragioniamo con calma. I trafficanti di qualunque merce di contrabbando esistono grazie alle leggi che proibiscono quella tale merce: anche un anticapitalista lo capisce, figuriamoci un liberista ex ambasciatore. Se negli Usa degli anni venti l’alcol viene proibito, ecco nascere grandi organizzazioni per il contrabbando di alcol. Se determinate sostanze vengono vietate – la marijuana, l’eroina, la cocaina – ecco che subito mafie e camorre si attrezzano per fornirle ai consumatori a prezzi adeguati alla clandestinità. Se fosse proibito, come droga nociva, il gioco del calcio, potete stare sicuri che nelle periferie di Napoli o di Palermo, o di Milano naturalmente, si aprirebbero campetti clandestini dove giocare con palloni di contrabbando.

Per il viaggio verso i paesi del nord, e il superamento delle frontiere, accade la stessa cosa. Se non ci crede, l’ambasciatore può guardare un documentario prodotto da National Geographic, e non da Rifondazione comunista: intitolato “No borders” e attualmente in programmazione nelle reti Sky, racconta il viaggio di due nicaraguensi che cercano di arrivare negli Usa attraverso Honduras, Salvador, Guatemala e Messico. La cruda realtà è che la clandestinità disumanizza i migranti, i loro controllori e i loro predatori. Mentre Romano scriveva, rottami dell’ennesimo barcone sono stati trovati nel Canale di Sicilia. Quanti annegati? Non lo sapremo mai.

Allora, se l’Italia [e beninteso l’Europa di Schengen] permettesse l’ingresso per ricerca di lavoro, cercasse di regolarizzare subito quelli che prima o poi dovrà regolarizzare [dopo averli sottoposti alla condizione di “clandestino” per anni, inclusi i Cpt], spendesse in accoglienza e formazione quel che ora spende in motovedette e frontiere blindate, i “trafficanti dell’emigrazione” si troverebbero senza lavoro. Magari comincerebbero a contrabbandare – che so – sigarette, invece che esseri umani, ma se una cassa di Marlboro annega, chi se ne frega?

E certo, poi c’è lo spaventoso impoverimento del Maghreb e dell’Africa subsahariana. Chieda Romano a qualche suo amico trafficante di cotone cosa succede ai milioni di contadini del Mali, poniamo, quando vanno a vendere, sui mercati internazionali, il prodotto del loro sudore: semplicemente, che chi è più forte detta il prezzo, e questo è tale da distruggere l’agricoltura contadina. E un contadino ridotto alla fame, che fa? Cerca di venire qui a fare, magari, il lavapiatti, con il che magari mantiene tutta la sua famiglia, senonché arriva Romano, che ha dimenticato per l’occasione il diritto romano, e lo chiude in una gabbia. Non è fantastico?

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