Diremo qualche banalità sul voto amministrativo di domenica e lunedì scorsi. Ad esempio, che Berlusconi non ha avuto la sua rivincita. Che l’Unione conferma e accresce il risultato delle politiche, dove perde [Milano e la Sicilia] migliora di molto la sua prestazione, e dove vince [Roma e Torino, in particolare] stravince. Che Veltroni conferma di essere il miglior candidato a succedere a Prodi, tra cinque anni, anche perché – come sfotte un po’ il Corriere della Sera – riesce a mettere insieme Nunzio D’Erme [Action, centri sociali] e Alberto Michelini [Opus Dei]. Ancora, diremo che il blocco di consenso dei poteri reali della Sicilia, basato su capitali infiniti, è talmente solido da confermare un tipo come Cuffaro [se fosse il cavallo di Caligola, sarebbe più o meno lo stesso]. Aggiungeremo che il partito in assoluto più vincente è quello dell’astensione, e che ci sono state le percentuali più basse della storia ovunque [in Sicilia, un milione di voti a Rita Borsellino, un milione e trecento a Cuffaro, un milione e mezzo a Nessuno]. E che insomma quel che sembra soprattutto vincere è l’amministrazione in sé, che in fondo non è di destra e nemmeno di sinistra, proprio come le Olimpiadi o l’urbanistica gradita ai grandi costruttori romani: l’amministrazione serve solo a garantire il sereno crescere dello sviluppo. Veltroni si è fatto propaganda col fatto che la capitale vanta il miglior Pil italiano, è “la locomotiva d’Italia”.
Detto tutto questo, potremmo archiviare la cosa e riprendere a dedicarci – parlo per Carta – a quel che più ci sta a cuore, ossia la costruzione di reti sociali, di movimenti, di comitati cittadini, ecc. Se non fosse che – ed è meno banale – avevamo scommesso, nel nostro piccolo, su Rita Borsellino; avevamo sperato che a Roma sia Rifondazione che la lista dell’Arcobaleno ottenessero buoni risultati; che a Torino l’ondata No Tav non fosse del tutto sommersa; che ad Ancona il candidato alternativo e le sue liste ottenessero di poter condizionare lo strapotere ulivista [e qui, in effetti, le cose non sono andate tanto male: quasi il 13 per cento al candidato di Rifondazione e Città in comune, lista questa che non ottiene un consigliere per una manciata di voti]; che a Napoli la candidatura di Marco Rossi Doria fosse un buon segnale; che a Milano, all’interno di una Unione possibilmente vincente, candidati atipici avessero successo…
Abbiamo raccontato preventivamente queste elezioni amministrative come la possibilità di aprire una finestra sulla politica, come è in effetti già accaduto con il governo [sabato ad esempio sarà in edicola il nuovo numero del nostro supplemento mensile, Carta Etc., che è dedicato alla cooperazione, e alla ricostruzione a cui dovrà lavorare la viceministra agli esteri Patrizia Sentinelli, che intervistiamo, ecc.].
Il bilancio di questo voto è molto contraddittorio, in qualche caso promettente [come in Sicilia, dove Rita e il suo equipaggio sono fermamente intenzionati a approfondire il lavoro dei “cantieri” programmatici], in altri del tutto negativo [a Roma, dove l’Arcobaleno ha un risultato modestissimo e la stessa Rifondazione non ha di che rallegrarsi, mentre solo i Verdi migliorano]. Così che la domanda da porsi, forse, è se tra quel che si costruisce nella società e la sua rappresentazione politico-elettorale vi sia quella coincidenza, o meccanica trasposizione, che spesso si presume, specie quando si decide di gettare i propri gettoni, fatti di fatiche e conflitti, sul tavolo verde della roulette delle elezioni. E se, alla fine, non sarebbe meglio tenere una distanza di sicurezza, non disprezzando i ruoli elettivi ma nemmeno attribuendo loro una importanza decisiva, quasi una conferma allo specchio delle proprie buone ragioni e della capacità di parlare con i cittadini.
Questa discussione proporremo nel prossimo settimanale, in uscita sabato. Senza precostituire risposte. Sappiamo che molta delusione, o un po’ di delusione, circolano in diverse città e regioni. Facciamone l’occasione per un bilancio aperto. Chi tra noi è più anziano ha già subito in passato il contraccolpo dello scoprire che stare “in basso” non garantisce affatto la possibilità di mettere almeno un piede “in alto”. Ma eravamo nel Novecento, allora.





