Da due mesi a questa parte, almeno, Carta sta cercando di richiamare l’attenzione dei suoi lettori e della società civile in generale sulla maggiore novità–secondo noi–di questo periodo: la candidatura alla Regione siciliana di Rita Borsellino. Le ragioni le abbiamo elencate più volte [ad esempio nel numero del mensile Carta Etc. tuttora in edicola]: la scelta della candidatura per mezzo di primarie molto partecipate; la debolezza estrema dei partiti dell’Unione, di contro a una fioritura di comitati, associazioni, iniziative “dal basso” che ha pochi precedenti nella storia dell’isola–le cui piaghe sono fin troppo note, inclusa una storica passivizzazione sociale indotta dal clientelismo mafioso e dalla paura–fino ai trecento “cantieri” che si sono aperti in altrettanti comuni per scrivere con i cittadini il programma di governo di Rita Borsellino, se–come speriamo–prevarrà sul candidato della parte peggiore della Sicilia, Cuffaro.
Ma la spiegazione migliore dell’importanza di questa vicenda elettorale è quella che fornisce, su Carta settimanale [nel numero in uscita sabato 27], la stessa Rita Borsellino. E sta in due parole: orgoglio siciliano. Ossia il sentimento che ha spinto migliaia di siciliani che vivono e studiano in giro per l’Italia a organizzare viaggi collettivi, anche con un treno intitolato “Rita Express”, per andare a votare. “Non torno per votare–ha chiarito uno di loro–voto per tornare”. La Sicilia ha una grande storia, ha una posizione geografica straordinariamente importante e densa di possibilità, ha un territorio ricchissimo, una società viva. Vi è una percezione sempre più diffusa del fatto che i Ponti o le raffinerie e i petrolchimici in riva al mare, l’abusivismo edilizio che si spande come una metastasi, la gara a chi si aggiudica fette di finanziamenti pubblici dubbi sia all’origine che negli scopi, che insomma tutto questo–spacciato per decenni come “sviluppo” e che ha molto supportato l’enorme diffusione dei capitali mafiosi–è la strada sbagliata e da abbandonare. Dopo la crescita economica che non c’è stata, una nuova speranza si è accesa in tutto il Sud, e in Sicilia ha dato luogo a un esperimento politico-sociale originale, che rivendica le identità dei luoghi e combatte la mafia in nome non solo della legalità, ma della coesione sociale.
Questa vicenda, come altre simili del recente passato [la Puglia di Nichi Vendola] e altre minori in queste amministrative, è forse in tendenza più importante della stessa vittoria dell’Unione alle elezioni politiche. Perché il centrosinistra è ben lungi dall’essere una coalizione politica nuova, nello stile e nella visione delle cose, anche se–come abbiamo scritto–la presenza dei “nostri amici” nel governo e nel parlamento apre varchi e dibattiti molto interessanti, dalla cooperazione all’immigrazione, dall’ambiente [leggete l’intervista a Pecoraro Scanio nel settimanale che esce sabato 27, in cui il neoministro giudica ragionevole l’appello a una moratoria su tutte le centrali energetiche che usino fonti fossili e sulla Val di Susa dice che, intanto, quel che va fatto è ammodernare la linea esistente] alla legge 30, ecc. Tanto che lo scandalo dei giornali maggiori per le dichiarazioni di tanti ministri a noi è parso invece il tentativo di reprimere un incoraggiante segnale di cambiamento. Come il ministro della difesa, Parisi, che dice: abbiamo preso un impegno con gli elettori, perciò ci ritireremo il prima possibile dall’Iraq.
Ma se c’è una possibilità di sbriciolare il terreno sotto i piedi del berlusconismo, che è un complesso sociale, culturale e politico che va ben oltre la figura di Berlusconi, questa sta nella ricostruzione capillare, dal basso, nella società, di una nuova legittimità e forma della democrazia, che si basi sulla difesa dei beni comuni da una economia di rapina, ovvero ciò che nelle parole di Prodi continua a chiamarsi, ossessivamente, “crescita”. Bene, in Sicilia l’Unione, alle politiche, era sotto la destra di dieci punti percentuali, dunque il compito di Rita Borsellino e della società civile che la sostiene è quasi impossibile. Ma, comunque vada, bisognerà non solo preservare e far crescere quella esperienza, ma essere grati ai nostri amici siciliani perché ci hanno fatto fare un passo avanti nell’immaginare come si possa uscire bene da una democrazia inceppata e da una economia vandalica.





