Proprio mentre la camera votava la fiducia alla squadra di prodi, il governo ha lanciato l’allarme sullo stato dei conti pubblici e la destra ha reagito gridando all’esproprio proletario di Prodi, Visco e Padoa Schioppa, l’Istat ha diffuso il rapporto annuale sullo stato del paese. Ne viene fuori che ben 7,6 milioni di italiani, che appartengono a 2,6 milioni di famiglie pari all’11,7 per cento del totale, vivono in condizioni di povertà. La povertà investe soprattutto i nuclei familiari del Mezzogiorno con un elevato numero di componenti, gli anziani soli e le famiglie con disoccupati.
L’aumento dei prezzi di beni alimentari di prima necessità (pane, pasta, carne, pesce, frutta verdura, vestiti e scarpe) ha costretto gli italiani a ridurre gli acquisti: quasi il 25 per cento compra meno pane e pasta, oltre il 30 per cento meno carne, frutta e verdura, il 37,2 per cento riduce gli acquisti di pesce e il 41,9 per cento compra meno vestiti e scarpe. Non è detto che il volume dei consumi coincida con l’alta qualità della vita. Ma quando si parla di beni primari il dato è preoccupante. E poi, oltre alla quantità, a pagare il prezzo della crisi, c’è la qualità: il 15 per cento delle famiglie sceglie generi alimentari di “bassa qualità”.
È la fotografia di un paese in cui le ingiustizie sono aumentate. Il dato più eclatante è quello che ci riposta a una rotta i gabbie salariali generazionali: i giovani guadagnano il 26 per cento in meno rispetto agli adulti. In media, infatti, un lavoratore dipendente con meno di 35 anni, in un’azienda con almeno 10 addetti, prende 18.564 euro all’anno contro i 25.469 di un collega over 35.
In questo scenario, l’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) consiglia provvedimenti “audaci” sulla spesa pubblica (complimenti per l’aggettivo eufemistico). Soprattutto si alza un coro di commentatori che mandano il seguente messaggio al governo appena insediatosi: “Fate i vostri giochetti su pillole abortive, giudici sportivi e deleghe "spacchettate” (l’ultimo neologismo del teatrino politico-parlamentare, ancora complimenti), ma sull’economia non vi azzardate a mettere in discussione il verbo neoliberista", sembrano dire quasi tutti i giornali stamattina nell’invocare sangue, sudore e lacrime. Un emblema di questo atteggiamento è Oscar Giannino, giornalista politico cui tutti conferiscono il patentino di “autorevole”. Noi ce lo ricordiamo lanciare strali dalle colonne di Liberal, il giornale di Ferdinando Adornato che all’inizio del decennio scorso ha aperto la strada al revisionismo storico e alla rottamazione della Costituzione che si sono compiuti in questi anni.
Bene, Giannino questa mattina ha scritto due editoriali per esprimere il suo parere “autorevole” sulla situazione economica dell’Italia: uno compare sul Riformista e uno su Libero, due quotidiani che si rivolgono a platee diverse e che hanno stili e codici linguistici molto diversi. Uno usa un linguaggio diretto ed esplicito, il suo direttore è stato radiato dall’ordine dei giornalisti per non aver rispettato la deontologia. L’altro ha la sindrome di épater le bourgeois al contrario: scrive cose di destra per un pubblico di centrosinistra, per vedere l’effetto che fa. Eppure Il riformista e Libero hanno lo stesso editore, e condividono alcuni editorialisti. Riuscirà, la coalizione centrosinistra a dimostrare di non avere lo stesso padrone del centrodestra?





