Amici al governo

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Se entrassi in una stanza e ci trovassi, seduti intorno a un tavolo a chiacchierare tra loro e bere un caffè, Patrizia Sentinelli e Paolo Ferrero, Paolo Cento, Franco Bonato, Rosa Rinaldi e Alfonso Gianni, per fare qualche nome, penserei: diavolo, mi sono dimenticato che Carta ha convocato un’assemblea dei suoi soci. Se poi notassi che ci sono anche, mettiamo, Famiano Crucianelli, Alfonso Pecoraro Scanio, il neoministro ai trasporti ed ex rettore a Reggio Calabria Alessandro Bianchi, Danielle Mazzonis e Fabio Mussi, ad esempio, penserei a una qualche riunione sulla legge Bossi-Fini, su quella sulle droghe, o a una qualche iniziativa, tipo il Cantiere per il programma che per l’appunto insieme a Rifondazione, i Verdi e la sinistra Ds abbiamo tentato di promuovere l’anno scorso. Se pensassi queste cose oggi, sbaglierei. Sarei capitato per caso in un incontro tra membri del governo, ministri, viceministri e sottosegretari. Di certo, quello di Prodi non è un “governo amico”, ma altrettanto certamente abbiamo amici al governo.

Mi metterebbe a disagio, la cosa? Forse sì: il riflesso automatico, per gente che come noi ha avuto nella vita assai scarsa dimestichezza con i poteri di qualunque genere, oltrepassare la linea grigia che corre–sottile ma tenace–tra società civile e istituzioni è un passo che si può fare, certo, ma che richiede una certa concentrazione. Dopo di che, direi “come va, ragazzi?” [perché “compagni” è troppo poco conviviale] e mi riproporrei di capire con loro, se vogliono, come possiamo aiutarli a comunicare con la società civile–almeno per la nostra capacità di farlo–e ragionare su come loro, “border line” tra politica-politica e movimenti sociali, possano aiutare tutti noi a raddrizzare torti e affermare diritti. Facciamo degli esempi.

Paolo Ferrero è ministro della solidarietà sociale, e su temi come l’immigrazione [a partire dai Cpt], le droghe o le pensioni ci sono molti che–come Paolo sa molto bene–hanno proposte da fare. Lo stesso vale per la cooperazione con il sud del mondo, di cui Patrizia Sentinelli ha la delega al ministero degli esteri e che il governo Berlusconi ha completamente distrutto.

Lo stesso vale per il ministero dell’ambiente, in cui–per fare un solo esempio–il dipartimento che dovrebbe occuparsi del dissesto idro-geologico, una delle grandi emergenze nazionali, letteralmente non esiste più. Franco Bonato, veneziano, già amministratore di Rifondazione ed ex deputato con cui abbiamo percorso il Chiapas inseguiti dalla polizia messicana, avrà, al ministero degli interni, la delega alla finanza locale, i soldi dei comuni, ossia il più feroce attacco della destra all’autonomia municipale, alla democrazia partecipativa e al welfare locale. Di Famiano Crucianelli conosciamo l’antico amore per l’America latina–ha fatto il medico volontario in Nicaragua–e forse sarà possibile, nonostante un ministro molto amante della realpolitik e della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali [D’Alema], lanciare qualche segnale positivo ai nuovi movimenti e anche ai nuovi governi di laggiù. Per non parlare del Ponte sullo Stretto [che Bianchi ha subito e giustamente qualificato come “inutile e dannoso”, ma anche della Tav, su cui l’ex rettore dice di “non avere ancora le idee chiare”, ma è facile metterlo in contatto con chi ce le ha chiarissime. Eccetera.

Sarebbe, il nostro, un atteggiamento ingenuo? Che finge di non vedere come in tanti altri campi–dalla scuola pubblica al commercio estero, dalla difesa alla giustizia, dalle liberalizzazioni allo “sviluppo”–i colleghi dei nostri amici mescolano volentieri clericalismo e liberismo? Sarebbe un atteggiamento che non sa valutare i “rapporti di forza”? Forse è così. Ma farei notare che i “rapporti di forza” non si misurano solo dentro la politica e dentro il governo, e che i movimenti sociali, o società civile organizzata, le autonomie municipali e l’associazionismo possono–se lo vogliono, se sapranno evitare di opporsi a prescindere o aderire a prescindere–contare molto. Perché la politica è fragile, la sua legittimità incrinata, altre forme di partecipazione crescono. E anche in parlamento ci sono molte persone che, per il fatto di essere state elette deputato e senatore, non hanno di colpo rinunciato a se stessi.

Certo, i pericoli sono molti. Sono le burocrazie e le inerzie degli apparati statali; sono le pressioni di chi ha potere, come Confindustria, e già dà le pagelle ai ministri; sono i verdetti della Commissione europea iper-liberista e di quella entità semi-divina che sono i “mercati internazionali”; sono gli interessi costituiti, dalle grandi imprese di costruzioni alle lobby delle “comunità di recupero” per tossicodipendenti. Il pericolo è anche il “dibattito politico” che si svolge sui media, che detta le agende dei suddetti poteri e in cui ogni politico rischia, nel rotolare quotidiano di polemiche finte o retoriche [nel senso che sono impostate in modo tale da offrire la soluzione già in partenza], di essere risucchiato. Si veda, ad esempio, il modo in cui il Corriere della Sera ha già montato il palcoscenico in cui si “scontrano” favorevoli e contrari al Ponte, alla parata militare del 2 giugno, all’abolizione della legge 30, ecc.

La verità che è che noi non capiamo niente di politica. Ci parrebbe ragionevole continuare a discutere di cose, andare a cena e vederci a qualche dibattito con Paolo, Patrizia, Franco, Alfonso e gli altri. E questa, con ogni evidenza, non è una “linea politica”. Ma, in tutta modestia, vorremmo suggerire loro di non perdere di vista, ora che saranno interpellati ogni momento dai “grandi” mezzi di comunicazione, i media indipendenti. Che fanno, scusate la superbia, la comunicazione che conta davvero.

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