Le Commissioni sociali

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Questo testo è l’intervento di Carta alla riunione che si è svolta, alla sede dell’Arci, lunedì 13 maggio, cui hanno partecipato associazioni, reti, sindacati, per discutere della proposta della Fiom di una mobilitazione per l’abolizione della legge 30 e della opportunità di creare un nuovo “spazio pubblico” dei movimenti.

Cari compagni, a noi pare che si tratti prima di tutto di prendere atto che siamo in un periodo diverso sia da quello in cui il movimento è nato, nel 2001, sia da quello che ha preceduto le elezioni politiche–l’ultimo anno e mezzo–nel quale molti di noi hanno variamente cercato di influire sugli esiti programmatici del voto. Non pensiamo che la storia vada cadenzata sulle elezioni politiche, al contrario. Però non c’è dubbio che la vittoria dell’Unione–con i problemi che sappiamo, specialmente nella società–la composizione del parlamento e la nascita del nuovo governo offrono grandi opportunità e presentano allo stesso tempo grandi pericoli. Opportunità e pericoli, però, diversi dal passato.

Il giudizio che ci pare largamente comune è che, dopo Genova, dopo Firenze e dopo la mobilitazione contro la guerra, la “nuova narrazione” del primo movimento del ventunesimo secolo si è enormemente diffusa nella società. In varie forme: dalla trasformazione in senso comune di proposizioni culturali come i beni comuni, la guerra come tabù o la democrazia partecipativa, alla organizzazione di lotte sociali su piani e temi multipli. Tutto questo trova, secondo noi, un luogo di addensamento–non si può dire di sintesi–nelle resistenze comunitarie, promosse in forme democratiche innovative, alla “modernità” e allo “sviluppo”. Queste due parole si possono tradurre, in concreto, con la violenza delle grandi opere, la precarizzazione del lavoro e della vita sociale, la discriminazione dei migranti, la privatizzazione dei servizi e beni pubblici, il gigantesco furto rappresentato dalla finanziarizzazione del mercato immobiliare. Sono le nuove forme dell’accumulazione, che hanno come premesse l’erosione della democrazia rappresentativa, l’ossessione della “sicurezza” e la “guerra di civiltà”.

Il punto è che questa estrema diffusione di contenuti innovativi, di forme di ri-creazione del legame sociale e della democrazia, diffusione che per altro si esprime in modi diversi, dalle lotte comunitarie appunto a vertenze come quella dei metalmeccanici, dal movimento antiproibizionista alla lotta multi-livello per la conoscenza bene comune, ha di fronte a sé non più semplicemente un nemico, ma una formazione istituzionale e governativa complessa, che tenderà per sua spontaneità–noi crediamo–a riproporre l’idea che nel liberismo si può stare in modo meno dannoso, per la società e per l’ambiente, “facendo sistema” e stimolando la crescita economica e la competizione internazionale, secondo una linea neo o post keynesiana, che promuova cioè l’allineamento verso l’alto, nella competizione globale appunto, di accesso alla formazione, di salari e consumi, con una flessibilità del lavoro che non sia precarietà, ecc.

Noi crediamo che nella società stiano invece maturando le condizioni per una trasformazione dell’economia e della democrazia. E che questa strada liberista-moderata sia del tutto ostruita–per dirla in modo rozzo–dalla crisi della globalizzazione. In pratica, il movimento, nelle sue varie forme, ha cominciato a produrre da tempo, oltre e grazie alla resistenza, una capacità di “governo”, una marcia di avvicinamento a una proposta di civiltà che noi riassumiamo nella formula “altra economia, nuova democrazia”. E questo fatto, insieme alla fragilità di fondo della linea “riformista” dell’Ulivo–che ha anche dovuto associare per vincere le elezioni parti politiche assai vicine a questa “nuova narrazione”–rendono possibile sperimentare un rapporto non subalterno, non con il cappello in mano, con governo e parlamento. A patto, naturalmente, di serbare una propria autonomia dal modo [drogato dai media] con cui la politica istituzionale formula le sue priorità, le sue agende e le sue soluzioni.

Perciò è possibile forse creare–ed è la ragione per la quale siamo qui–un nuovo spazio pubblico, un “luogo” del movimento, che eviti sia l’atteggiamento classicamente radicale, secondo il quale una volta arrivati al governo “sono tutti uguali”, sia il rischio della cooptazione. Ma questo “spazio” è a sua volta assai diverso da quello che si creò a Genova nel 2001, perché appunto nel frattempo alle associazioni o organizzazioni “nazionali” [comprese quelle allora nuove, come Lilliput o i Disobbedienti] si sono aggiunte reti tematiche e locali, o intere comunità, come nel caso della Valle di Susa.

A cosa potrebbe servire questo “spazio pubblico” che, se fosse possibile depurare quella denominazione da molte scorie che ha accumulato negli anni, dovremmo chiamare Forum sociale italiano? Per lo meno potrebbe essere utile allo scambio di informazioni e alla conoscenza reciproca. Di più, alla connessione tra lotte simili, e tra diversi che agiscono sulla stessa questione, come è il caso–ci pare–di sindacati e reti dei precari che vogliono affrontare subito la questione della legge 30. Infine, e più ambizioso, potrebbe servire a costituire un soggetto plurale il quale, un po’ sul modello del lavoro prezioso di Sbilanciamoci!, sappia supportare iniziative, campagne, proposizioni, veri e propri progetti di legge [come quello d’iniziativa popolare sull’acqua o quello che un gruppo importante di urbanisti sta preparando per rovesciare l’appropriazione privata del territorio disegnata dalla defunta legge Lupi], e lo faccia in modo organizzato, mordendo i polpacci di deputati e senatori [un certo numero dei quali per altro sono nostri complici], commissioni parlamentari [veri luoghi di elaborazione delle questioni di merito, oltre il wrestling quotidiano della politica], ministri e sottosegretari.

Una voce autorevole della società civile organizzata, ci vorrebbe, che avesse capacità di comunicazione [sia per mezzo dei media indipendenti che aggredendo quelli liberisti], autorevolezza nei confronti della politica, e capacità di inventare canali di comunicazione con il “palazzo” lontani dal modello della “petizione” [ed è questo un tema sul quale sarebbe interessante interpellare il nuovo presidente della camera, ad esempio], e che dovrebbe avere, va da sé, capacità di sostenere la mobilitazione quando la politica si mostrerà sorda od ostile. Di un progetto simile Carta si metterebbe totalmente al servizio, con i suoi giornali [il settimanale e il mensile] a diffusione nazionale, i libri, il sito, la sua ormai vasta rete di relazioni, ecc.

E’ possibile, una cosa così? Crediamo che dipenda soprattutto da noi stessi, da quanto sul serio abbiamo preso il modo plurale, rispettoso delle differenze e però anche in grado di agire che il nuovo movimento ha proposto. O viceversa da quanto siamo fermi alla maniera concorrenziale ed esclusiva a causa del quale correnti politiche e culturali differenti hanno condotto al fallimento la sinistra del Novecento.

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