Nelle radio statunitensi circola da qualche giorno la versione ispanica dell’inno nazionale, “Star spangled banner”. Si intitola “Nuestro himno”, la versione registrata da una ventina di star della musica latina. ‘’Penso che chi vuole essere cittadino di questo paese debba imparare l’inglese’’, ha detto Gorge W. Bush a proposito dell’inno, ma riferendosi palesemente alle proposte di riforma delle leggi sull’immigrazione in discussione al Congresso e alle centinaia di migliaia di ispanici che il primo maggio scenderanno in piazza per paralizzare le maggiori città. “Dobbiamo far rispettare i confini”, ha detto ancora Bush. Proprio pochi giorni fa, nella roccaforte di Bush, il Texas, due ragazzi bianchi hanno massacrato con i loro stivali chiodati da cow boy e sodomizzato un sedicenne ispanico per punirlo: era colpevole di aver tentato di baciare una ragazza a una festa. ‘’Erano pieni di odio dentro’‘, ha detto il procuratore Mike Trent attribuendo la violenza alle tensioni xenofobe della base elettorale repubblicana.
I conservatori vorrebbero che espellere 12 milioni di persone. Chiedono che ungo il confine sia innalzata una vera e propria barriera di cemento, più odiosa dei fossati che oggi segnano l’ingresso negli Usa alla frontiera sud. “Non dobbiamo perdere la nostra identità nazionale di paese aperto a tutti i contributi del melting pot–ha detto Bush–Se uno vuole si deve mettere in fila, ma partendo dal fondo, non dalla cima”.
Intanto i migranti si preparano a scendere in piazza: boicottaggi e marce mobiliteranno il primo maggio milioni di persone. Un vero e proprio sciopero generalizzato per chiedere più diritti e la fine dello scontro tra civiltà lanciato dall’amministrazione contro i migranti. “Aspettiamo due o tre milioni di persone nella sola Los Angeles. Chiuderemo Los Angeles, New York, Chicago, Tuscon, Phoenix, Fresno”, annunciano. Marce di questo genere non si vedevano dai tempi delle proteste per i diritti civili degli afroamericani negli anni sessanta.
Sul numero di Carta in edicola da sabato 29 raccontiamo questo grande movimento statunitense, a proposito del quale qualcuno ha detto che “il gigante si è svegliato”. E’ un movimento che ricorda allo stesso tempo le insorgenze dell’America latina (dagli zapatisti ai contadini boliviani, passando per i piqueteros argentini) e le lotte nelle metropoli della nostra vecchia Europa.
Così, nel numero in edicola vi raccontiamo anche del primo maggio francese, dove precari e studenti hanno costretto il governo al ritiro del Contratto di primo impiego, e dove molti italiani sono andati a prendere appunti. E vi descriveremo le piazze italiane, dove in sei città si svolgerà quel carnevale precario che abbiamo imparato a chiamare MayDay.
Un racconto plurale, che ci ricorda quanto sia importante la dimensione globale delle lotte. E che ci indica come l’idraulico polacco non sia un’invasore da tenere al di fuori dei confini nazionali, ma un potenziale alleato per rivendicare diritti e garanzie sociali.





