27 mila voti di vantaggio alla camera e tre senatori in più. Un pomeriggio e una nottata, e ancora la mattina di martedì appesi a exit polls fasulli e conteggi-lumaca. Alla fine, l’Unione ha vinto, cioè potrà formare il governo e – come dice Prodi – governare per cinque anni. Ma come si legge tutto quel che è accaduto nelle elezioni dal nostro punto di vista? Il nostro punto di vista è quella della società civile che ricuce reti e si oppone agli effetti del liberismo.
Non c’era grande allegria, in redazione, martedì mattina. Forse era semplicemente il riflesso di quegli elettrochoc ripetuti. Del fatto che, forse per la prima volta, dal primo all’ultimo di quelli che lavorano a Carta, dal più giovane al più anziano, e quale che sia la sua cultura, tutti sono andati a votare. Si trattava di cacciare Berlusconi, cioè di compiere un passo oltre, di allargare lo spazio per reti cittadine e movimenti sociali. E poi, nessuno di noi ha dimenticato Genova [nonché la guerra in Iraq, la legge Bossi-Fini, la legge Fini sulle droghe, la legge 30, la “legge obiettivo” sulle grandi opere e così via].
Ci siamo però sbagliati due volte. Primo, perché abbiamo sottovalutato Berlusconi e il berlusconismo: ci aspettavamo una vittoria dell’Unione più tranquilla, da cui trasparisse la spinta che in questi anni movimenti di ogni tipo hanno impresso al paese. Secondo, perché abbiamo quindi abboccato molto volentieri agli exit polls, che questo dicevano. Il voto è stato però non solo contrastato, ma molto più torbido di quanto noi – ingenui – pensassimo. E’ come – dice qualcuno di noi – se nella società convivano una faccia oscura, quella dell’interesse privato ad ogni costo [solleticato dagli schiamazzi di Berlusconi sulle tasse] e un’altra faccia, quella che ci interessa, la società che diffonde democrazia e tutela i beni comuni [sono formule, le usiamo per brevità].
Qualcun altro aggiunge che il segnale più positivo del voto è l’aumento – in alcuni casi, in alcune regioni, eccezionale – della partecipazione. Due Italie si sono scontrate, una a favore di un “sogno” forse logoro ma a cui nessuno ha saputo offrire un’alternativa, tanto meno l’Unione: quello dell’"arricchitevi!“. Che ha continuato a fermentare in un brodo di paure: i piccoli industriali del nordest, il ceto medio impoverito e i lavoratori o pensionati aggrediti in vario modo dalla globalizzazione liberista, dalla concorrenza cinese o dal crollo del potere d’acquisto dei salari [certificato dall’Ocse in una indagine che l’Unione non ha voluto usare, in campagna elettorale, per non apparire "classista”, cioè “di parte”, dalla precarizzazione del lavoro all’abbandono degli anziani, e così via.
L’altra Italia è andata a votare non solo perché si identificava nel centrosinistra [benché il miglior risultato dell’Ulivo, alla Camera, a confronto con quelli di Ds e Margherita al Senato, si spieghi probabilmente col fatto che molti cercavano un modo di sostenere Prodi contro e oltre i partiti, e sennò votavano più a sinistra, specialmente per Rifondazione, che è andata meglio al Senato]. Ha votato perché voleva cancellare Berlusconi dal panorama, innanzitutto.
La domanda è: se cinque anni fa la destra stravinse le elezioni, e questa volta è riuscita a tenere con sé metà dell’elettorato, i grandi movimenti di questi anni [per la pace e per i beni comuni, contro le grandi opere e contro il lavoro precario…] quanto hanno contato? Quanto hanno spostato il senso comune? Quanto hanno saputo offrire una alternativa ai “conflitti orizzontali”, alle guerre tra poveri che sono invece il marchio della Lega nord, un tempo, e oggi del berlusconismo? La tentazione sarebbe di dire: hanno contato ben poco. Quando si tratta di schierarsi alle elezioni, quell’immenso patrimonio di idee e fatti si scioglie, conta solo la “politica”.
Noi non crediamo che sia così, anche se così appare [o all’opposto appare solo la politica istituzionale, in periodi come questo]. Appunto, la grande partecipazione al voto, in un senso o nell’altro, è un’eccezione, nel panorama europeo. Ma soprattutto siamo conviti di trovarci in una transizione lunga e dolorosa, nella quale la politica rappresentativa, nazionale, ormai trasformata in un “talk show” televisivo i cui spettatori sono invitati a “nominare”, come nel Grande Fratello, i candidati, sia in una crisi progressiva, inarrestabile e irrimediabile. Ma, così come la “decrescita” si trasforma in solitudine e rancore se non esistono reti sociali e “altra economia” pronte a raccogliere i naufraghi dello sviluppo, allo stesso modo il decomporsi del sistema politico può trasformarsi in qualcosa che assomiglia a un peronismo televisivo, se nel frattempo non si costruiscono altri mezzi e spazi di partecipazione democratica. Ed è infatti quel che movimenti sociali e reti di cittadinanza stanno facendo.
Solo che lo fanno secondo la loro natura: reticolare e altalenante, capace di grandi imprese politiche, in certi momenti, e invisibile in altri. Guardiamo la Francia: un paese che ha scelto il suo presidente tra Chirac e Le Pen, e che oggi crea una grande movimento di studenti e lavoratori che sconfigge sena appello la legge sulla precarizzazione del lavoro. Qual è dunque la Francia: quella politica o quella sociale? Tutt’e due, probabilmente. Dipende.
Il risultato elettorale è buono e anche cattivo. Berlusconi se ne va, ma il centrosinistra vivrà in permanenza la tentazione di mostrarsi “responsabile”, di correre “al centro”, di cercare “larghe intese”. E’ noto che, per vincere, l’Unione ha stretto un patto con i grandi industriali, promettendo a loro e ai piccoli [e disperati] del nordest soluzioni “di sistema” alla crisi di competitività nel mercato globale che sta terrorizzando tutti. Con i piccoli non è stato convincente, il centrosinistra. Ma il patto resta, ed anzi è la sola ricetta dei “riformisti” per “far ripartire” l’Italia, per assicurare la ripresa dello “sviluppo”. Già ora veniamo ammoniti: i “mercati internazionali” ci giudicano. E nella notte dell’incertezza un ceto politico diviso dai voti si univa sulla “responsabilità”: dobbiamo, insieme, eleggere il presidente della repubblica, e soprattutto scrivere il Documento di programmazione economica e finanziaria…
Il “pensiero unico” domina. E si tradurrà – in parole semplici – in un ricatto permanente: non disturbate le manovre del governo, perché Berlusconi è sempre in agguato, siamo deboli e abbiamo bisogno di sostegno…
Qualcuno sostiene che il risultato è dunque pessimo. Ci si chiede anche quanto potrà pesare Rifondazione, la sinistra pacifista e radicale, il Pdci e i Verdi, insomma la politica che – in vario modo – sembra aprire le finestre verso la società. E soprattutto ci si chiede quando e come si potrà sciogliere l’iceberg – soprattutto nel nord – che è la vera forza del berlusconismo. Ma intanto aspettiamo di vedere Berlusconi uscire da Palazzo Chigi, per non tornarci più. Noi siamo quelli di Genova, siamo stati aggrediti in molti modi, sleali e spesso feroci. Permettiamoci una soddisfazione: il governo che favorì o ordinò le torture di Bolzaneto sta per dissolversi.





