Martedì 28 è il giorno dello sciopero “inter-professionale”, in Francia, contro il Contratto di primo impiego [Cpe] che precarizza il lavoro. Su questo tema, l’editoriale di Politis, settimanale parigino.
Dopo sei settimane di un conflitto che continua a crescere, un’unica domanda brucia le labbra: come uscirne? Ci sono solo tre possibilità: le prima, la più semplice, la più radicale, sarebbe il ritiro del contratto di primo impiego (Cpe). La soluzione, ovviamente, non tenta Dominique de Villepin, il primo ministro, per il quale sarebbe una sconfitta personale dalle nefaste conseguenze sul suo avvenire politico. La seconda possibilità sarebbe da una divisione del movimento. Una divisione spontanea o abilmente sollecitata dal potere. Gli sguardi, ovviamente, osservano le parole e gli atti di François Chérèque, il segretario della Cfdt [confederazione sindacale paragonabile all’ingrosso alla italiana Cisl, ndt.]: la sua confederazione è, dal grande movimento della Funzione pubblica nel 1995, l’anello debole della catena sindacale. Che il leader della Cfdt non fosse molto caldo, nel pronunciare insieme ai suoi colleghi della Cgt e di Force Ouvrière, la parola “sciopero”, che si è poi imposta per il grande appuntamento del 28 marzo, è evidente. Ma, per ora, Chérèque non ha fatto trasparire nessuna volontà di dissociarsi.
Rimane la terza possibilità: quella di tirare per le lunghe. È la strategia scelta da Dominique de Villepin. Che ha due inconvenienti principali: nessuno può dire per quanto la Francia rimarrà nella crisi, né prevedere le forme che la crisi potrebbe assumere. È umanamente quella più pericolosa, quella più sicuramente generatrice di violenze. Giocando sul dispetto e le frustrazioni, questa strategia può lasciare segni durevoli nella vita sociale. Può portare a scontri. Non c’è da stupirsi se Villepin si azzarda su questa via incerta. È la via la meno democratica. Non vi corrisponde nessuna forma politica. Né voto, né ritorno davanti all’istituzione parlamentare. Né alcuna decisione “pulita” da parte dell’esecutivo. È la ricerca inconfessata dell’avvilimento del dibattito pubblico, un aiuto a tutto quello che rischia di sfuggire di mano.
Se diciamo che non c’è da stupirsi, nel vedere il primo ministro scegliere questa soluzione che soluzione non è, è che il percorso del suo Cpe non è stato finora segnato da una grande preoccupazione democratica. Nessuna concertazione preliminare con i sindacati, passaggio alla chetichella durante le vacanze di febbraio, uso dell’articolo 49-3, che distrugge ogni velleità di dibattito parlamentare… Dopo di che, gli appelli al “dialogo” sembrano uno sberleffo ai manifestanti. Ma c’è anche qualcosa di più grave e profondo: c’è l’illegittimità che connota fin dall’origine i governi usciti dal voto del 21 aprile 2002. Premiato da un voto eccezionale, eletto all’82 per cento dalla sinistra come dalla destra per sbarrare la strada a Le Pen, Jacques Chirac si adopera da allora a far adottare leggi ispirate a un estremismo ultraliberista che corrispondono alla concezione sociale più ristretta, che è più o meno quella di Laurence Parisot, presidente di Medef [la Confindustria francese, ndt.]. Un esecutivo venuto fuori come un coniglio da un tale cappello, e che ha poi subito tutte le smentite del suffragio universale [basta pensare alle regionali o al referendum europeo], non dovrebbe avere altro mandato che la gestione dello stato. Si è invece messo in testa di travolgere l’insieme del diritto sociale francese.
Questa contraddizione abissale tra un così debole appoggio democratico e il carattere tanto nettamente di parte della sua politica non dovrebbe autorizzare i ministri di questo governo a invocare troppo i grandi principi repubblicani contro i manifestanti.
Certo, in periodo di conflitto sociale si corre sempre il rischio di uno scontro tra due legittimità, quella della strada e quella della democrazia rappresentativa, ma questa volta la forza delle manifestazioni – si è parlato di un milione di anti-Cpe, sabato 18 marzo – non fa altro che sottolineare la debolezza dei governi di Jacques Chirac. Questa doppia carenza democratica, presente sia nell’elezione del 2002 sia nel modo da contrabbandieri di imporre il Cpe, è essa stessa carica di violenza. In queste condizioni, l’accanimento di Dominique de Villepin si spiega solo dall’importanza della posta in gioco. Abbiamo già avuto occasione di scriverlo: il Cpe, specie di contratto anti-contratto, crea una zona di non-diritto assoluto. Inaugura una politica e uno smantellamento in piena regola del codice del lavoro. Vediamo quindi quanto la vicenda del Cpe non sia ordinaria.
Per quanto riguarda la strategia del tirare per le lunghe, è anche una strategia molto pericolosa. Ne è testimonianza, ahimé, lo stato di salute preoccupante di un sindacalista di Sud [Confederazione sindacale di base, ndt.], pestato durante una carica della polizia, sabato, in Place de la Nation a Parigi. La ripetizione prevedibile delle manifestazioni in un clima politico così detestabile, fa temere il peggio. Non è l’ultima ragione per cui auspicare che Dominique de Villepin e il presidente della repubblica decidano finalmente di ritirare il Cpe.





