Nel settimanale in edicola da lunedì 27 ospitiamo una lettera aperta a Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, scritta da Alessandra Mecozzi, che è la responsabile dell’Ufficio internazionale della Fiom, il sindacato Cgil dei metalmeccanici. Nella lettera, Alessandra chiede perché la Cgil non abbia aderito alla manifestazione per la pace di sabato 18 marzo–giornata internazionale di protesta nell’anniversario dell’inizio della guerra in Iraq–e perché, addirittura, dal vertice del sindacato sia partita una circolare, diretta alle organizzazioni locali, affinché i pullman già prenotati per Roma fossero disdetti. Sono domande alle quali ci piacerebbe molto che Epifani rispondesse: non per coltivare una polemica, ma per capire quale evoluzione abbia avuto il maggiore sindacato italiano, nell’ultimo periodo.
Disertare una manifestazione adducendo ragioni di opportunità e di ordine pubblico è qualcosa che la Cgil aveva fatto, l’ultima volta, a Genova, il giorno dopo l’uccisione di Carlo Giuliani, quando segretario non era Epifani ma Sergio Cofferati. In quella occasione, il sindacato lasciò soli i trecentomila che pretendevano rispetto per i loro diritti democratici, tra i quali la Fiom e intere organizzazioni della Cgil, e che furono aggrediti in modo selvaggio delle truppe di Berlusconi e Fini. Poco più di un anno dopo, cambiato il segretario, la Cgil ebbe il coraggio di nuotare controcorrente e di sfidare il clima isterico che si era creato–grazie a Oriana Fallaci e non solo–attorno al Forum sociale europeo di Firenze, e partecipò in massa alla manifestazione conclusiva, contro la guerra imminente, insieme a un milione di persone. Da allora, nel movimento della pace, in quello contro la direttiva Bolkestein, nel movimento delle università contro i decreti Moratti, in molte città su questioni del lavoro e dello sviluppo, la confederazione si trovò spesso–e con soddisfazione–a fianco dei movimenti sociali.
Cosa è successo?, chiede ora Alessandra Mecozzi. Il corteo di sabato 18 è stato preceduto dalla solita campagna di disinformazione: provocazioni e scontri erano annunciati dai grandi media come certi. Campagne puntuali, negli ultimi anni, come appunto a Firenze, quando i barbarici “no global” avrebbero distrutto i monumenti della città, o in Val di Susa, quando i “black bloc” dovevano calare sulla valle. A Roma non è accaduto nulla di tutto questo: i temuti “anti-imperialisti” erano tre gatti e mezzo e, con le loro bandiere irachene a sostegno della “resistenza”, erano in fondo al corteo, debitamente tenuti a distanza [naturalmente avevano anche loro il diritto di sostenere le loro tesi, sapendo che il comitato organizzatore della manifestazione la pensava assai diversamente]. È questa la ragione per cui la Cgil ha ordinato di disdire i pullman, per la quale i Ds hanno ritirato l’adesione alla manifestazione?
L’altro giorno, a Genova, un gruppo di liceali ha contestato Berlusconi. Che c’è di male? Eppure, oggi Furio Colombo sull’Unità suggerisce a tutti di non manifestare affatto. Gli stessi scontri di Milano, provocati da qualche centinaio di persone, sono stati presentati da tutti–da tutti–come il ritorno del terrorismo, o qualcosa di simile. È come se in Italia fosse in corso una guerra preventiva contro l’esercizio della libertà di manifestare, in cui l’onere della prova–siamo pacifici–ricade sempre su chi protesta. Il che naturalmente crea un clima nel quale la polizia, com’è accaduto a Genova, si sente in diritto di picchiare chiunque, anche una ragazza di 17 anni del tutto inerme.
Che succeda tutto questo, in una campagna elettorale falsa e virtuale come mai, è comprensibile, anche se non giustificabile. Ma se la Cgil, come scrive Alessandra Mecozzi, non capisce più che la sua partecipazione è una ulteriore garanzia di serenità dei cortei, allora c’è da preoccuparsi.





