Sabato si manifesta a Roma [e in molte altre città nel mondo] per la pace, contro la guerra in Iraq, per la Palestina, contro la prossima guerra in Iran… Siccome la politica italiana ha un ombelico che sembra una voragine, la manifestazione è diventata oggetto di distinguo, tattiche e mezze adesioni degne di Bisanzio. Diventerà oggetto di grandi titoli sui giornali di domenica e di grandi parole nei Talk show televisivi della settimana che viene, se qualche imbecille riuscirà a trovare un fotografo [cosa facilissima] davanti al quale bruciare una bandiera di Israele o esibirsi in tenuta da kamikaze [con dinamite finta, va da sé] o roba del genere. Il segretario del Pdci, Diliberto, ha chiesto che il corteo diventasse una piazza immobile, si presume per schierare un bel “cordone” di “servizio d’ordine” contro gli aspiranti kamikaze [quelli disposti a combattere fino all’ultimo iracheno, o palestinese]. Famiano Crucianelli ha detto che lui “chiede garanzie”, come se lui fosse una banca e gli organizzatori della manifestazione un branco di inquilini in difficoltà con il mutuo. La Cgil ha aderito a tutto, ma non al corteo. I Ds hanno ritirato l’adesione distrattamente già inoltrata: anche la sera del giorno in cui morì Carlo Giuliani, all’epoca del G8, i telefoni diessini diventarono rauchi, a forza di cercare di convincere la gente a non salire sui pullman che l’avrebbero portata a Genova.
Non c’è niente di nuovo, in tutto questo vaudeville “politico” [dovremmo cominciare a richiedere indietro quella parola, in fondo appartiene a noi cittadini e quelli che ce l’hanno in prestito ne fanno un uso scellerato]. Ma, siccome tutti hanno detto la loro, forse anche Carta, magari, può dire la sua. Che, semplicemente, consiste in questa constatazione: in questo paese non c’è un “movimento” per la pace che va dagli aspiranti kamikaze ai missionari comboniani, in uno spettro di sfumature di diverso pacifismo. Ci risparmieremmo volentieri i dibattiti sui “pacifisti che sbagliano” a altre repliche di una storia defunta. Perché corre ormai un solco politico, culturale, antropologico perfino, tra le “avanguardie” che reclamano la violenza liberatrice, e che cercano ad ogni costo di individuare dei loro simili anche nella confusa macelleria irachena, e coloro che dicono: fuori la guerra dalla storia. Non si tratta di varianti–per quanto profonde–della stessa aspirazione alla pace, o contro la guerra. Ma di due visioni del mondo e della società, di due insediamenti sociali agli antipodi: essendo peraltro quello “resistenziale” un residuo storico trascurabile e inutile [non fosse per i fotografi in agguato]. Dunque, sarebbe bene prenderne atto una volta e per tutte, da parte di tutti. Così che le manifestazioni per la pace possano essere quel che sono.





