La riunione di Vienna, preceduta dal rapporto di el Baradei [rapporto riservato, che Carta ha avuto in anticipo, vedi articolo “Il bluff del nucleare iraniano” doveva necessariamente finire com’è finita. Con il deferimento dell’Iran al Consiglio di sicurezza dell’Onu, Bush ha consumato la sua vendetta. El Baradei era stato uno degli ostacoli politici principali nella costruzione delle menzogne che hanno portato i marines a Baghdad. Bush e i suoi non gliel’hanno perdonato. Così, l’Iaea è stata resa politicamente irrilevante. Non è da sottovalutare quello che è successo a proposito del programma nucleare iraniano e della quasi contemporanea benedizione statunitense sull’atomica indiana. I due fatti sono connessi.
Tutti i tentativi di accordo e di mediazione, da quello più evidente della Russia, a quello più silenzioso della Cina, dovevano naufragare e così è stato. Il rapporto, in estrema sintesi, dice che l’Iran è ancora ben lontano dall’avere il combustibile nucleare per le sue centrali e ancora più lontano dall’avere l’uranio per eventuali bombe. El Baradei, dice, anzi scrive, che c’è bisogno di altre indagini e invita l’Iran a collaborare. Come per le fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, intanto, i media statunitensi hanno avviato il coro. E i giornali di mezzo mondo gli sono andati appresso, basti vedere i titoli dei giornali italiani di giovedì 9 marzo. Si è passati, con sottigliezza e “indiscrezioni” filtrate ad arte, dal dubbio alla certezza. Senza alcuna prova. Qualche mese fa la questione era capire se l’Iran aveva un programma nucleare militare. Oggi questo è un dato scontato. Nonostante il rapporto ufficiale dell’Iaea dica che il dubbio non è sciolto. Ma, appunto, l’Iaea è irrilevante. Gli Usa hanno ottenuto il deferimento all’Onu che è il primo passo verso la costruzione di un casus belli necessario a togliere dallo scacchiere mediorientale il paese più ingombrante. Le dichiarazioni sconsiderate del presidente Ahmadinejad aiutano il gioco.
L’India, poi. Con l’accordo sul nucleare indiano, Bush ha completato una manovra perfetta, dal suo punto di vista. L’India, come il Pakistan e Israele, non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. Le sanzioni che ha subito dopo gli esperimenti atomici sono state più simboliche che reali e sono da tempo cadute. Ma soprattutto, anziché lavorare per portare l’India, potenza emergente e unico reale contrappeso alla Cina, nell’ambito delle regole internazionali che, in teoria, regolano l’accesso alla tecnologia nucleare, l’amministrazione Bush ha preferito il rapporto bilaterale, benedicendo il programma nucleare indiano. Non sfugga il senso dell’operazione: sono gli Stati uniti a decidere chi è abbastanza buono da avere lo zuccherino nucleare e chi non lo è.
A prescindere dal giudizio sul regime iraniano e sulla desiderabilità di qualsiasi programma nucleare, civile o militare che sia, il punto è che un altro tassello dell’Onu, l’Iaea, presidio internazionale su uno dei temi più delicati e sensibili della politica internazionale, è stato smontato. La vendetta di Bush è stata un capolavoro. Per capirne appieno la portata bisognerebbe chiedere all’Europa e alla Russia quali siano le contropartite promesse dagli Usa per guadagnarsi un appoggio tanto miope e potenzialmente funesto. Sì, funesto. Perché l’esito della macchina diplomatica che si è messa in moto da qualche mese sarà probabilmente la guerra contro l’Iran. Forse entro le prossime elezioni presidenziali statunitensi, nel 2008. L’Iraq non ha insegnato nulla.





