Scusate la battuta facile, ma non ho resistito. Ascoltare Guglielmo Epifani che con tono luttuoso ha aperto il congresso della Cgil, e tutto il dibattito che è seguito all’annuncio dell’Istat, mi ha veramente turbato. Lutto nazionale: il Prodotto lordo italiano del 2005 è cresciuto dello zero per cento. Si sono persi un milione e rotti di posti di lavoro, si presume che siano aumentati i non posti di lavoro precari e super precari. La crescita del Pil è percepita unanimemente, da destra e sinistra, sindacati e industriali, come un bene in sé, a prescindere. Come quando piove e si evita la siccità. Un fenomeno naturale, appunto. E benefico. Dopo di che, sinistre a destra, sindacati e industriali litigano su come farla ripartire, la crescita “L’Italia riparte” è infatti il titolo principale della campagna di Prodi].
E siccome per far ripartire la crescita bisogna ridiventare “competitivi”, cioè riuscire a vendere più merci dei concorrenti [di altre nazioni, dato che il Pil si calcola a base nazionale, anche se è noto che l’economia e la finanza sono ormai snazionalizzate], ci si schiera o per la riduzione brutale del costo del lavoro [precarietà, libertà di licenziamento, ecc.] accompagnata da vantaggi fiscali alle imprese “produttive” [di cosa, non importa], oppure per la riduzione del lavoro in forma morbida [precarietà meno aggressiva e vantaggi fiscali alle imprese] accompagnata da misure che migliorino la qualità e l’innovazione della produzione [di che, non importa], presumendo che un abito “made in Italy” più costoso possa competere, grazie alla qualità, al marchio, alla novità, ecc., con un abito “made in China” probabilmente identico ma che ha il vantaggio di essere fabbricato da una ragazza senza sindacato e senza diritti in una fabbrica malsana, la cui obbedienza ai comandi del padrone è garantita dallo Stato “comunista”.
Ma sono davvero solo queste, le alternative? Dobbiamo scegliere tra un liberismo post-keynesiano e un liberismo post-liberista [cioè quello che ha scelto la guerra]? Magari, sinistre e sindacati potrebbero fare uno sforzo di fantasia [non lo faranno, se non in piccola parte]. Ad esempio, si potrebbe constatare che se la Svezia [come raccontiamo abbondantemente nel settimanale di Carta in uscita lunedì 6 marzo]decide di abbandonare progressivamente, oltre al nucleare, anche l’uso del petrolio, magari ci potremmo riflettere anche noi. Parrebbe non impossibile. E se si scegliesse con qualche decisione questa via, non solo se ne gioverebbe l’ambiente [che non è una cosa generica, ma ad esempio i tremendi peggioramenti del clima europeo descritti dal recente rapporto del Wwf], ma anche l’occupazione, E perfino la competitività. Per non parlare della democrazia. Immaginiamo che si investa massicciamente sull’ideazione e fabbricazione di tecnologie “leggere”, da seminare nel territorio, a disposizione dei cittadini e dei municipi, e adatte alla nostra geografia, dal sole al vento, alle acque correnti, a un certo genere di biomassa [ad esempio per la produzione di biodiesel o etanolo da locomozione], ecc. A un tale investimento corrisponderebbero: una progressiva diminuzione di acquisto di petrolio e gas che hanno prezzi crescenti e presentano gravi problemi ambientali; la creazione di un numero rilevante di posti di lavoro per la ricerca e la produzione [come è accaduto in Germania]; l’apertura di un mercato del tutto nuovo; la possibilità di esportare queste nuove tecnologie.
Tutto questo che effetto ha sul Pil? Risposta: chi se ne frega? Sappiamo per certo che avrebbe un effetto positivo sulla salute pubblica [meno spese mediche], sull’occupazione [meno disoccupati], sull’ambiente [meno aggressione a un territorio già provato], sulla bilancia commerciale [l’esportazione], ecc. Non so il Pil, ma la Vip [Vita interna pulita] farebbe un balzo all’insù. Peccato che un colosso come Eni abbia grande interesse a mantenere dominanti fonti come il petrolio, il carbone e, possibilmente, il nucleare, che presentano due evidenti vantaggi: sono fonti scarse, dunque costose [il profitto netto dell’Eni nel 2005 è stato ciclopico], e permettono il controllo centralizzato che, solo, garantisce il potere di multinazionali e governi “amici” [delle multinazionali].
Lo stesso discorso si potrebbe agevolmente fare per la mobilità, per l’istruzione, per la cura del territorio, ecc. Perché la verità è che non è che manchino le alternative alla religione del Pil, manca la forza di imporle, e manca, semplicemente, un po’ di cervello.





