La ricreazione non è finita

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Un indizio utile per constatare il successo del congresso nazionale dell’Arci, che si svolge questo fine settimana a Cervia, in Romagna, è il fatto che i giornali, a parte quelli di sinistra, lo hanno completamente ignorato. Dispiace per le nostre amiche dell’ufficio stampa dell’Arci, che fanno un ottimo lavoro, ma i media tralasciano ciò che non rientra negli schemi. Ovvero: dedicano pagine e pagine all’ultimo starnuto di Enrico Boselli o di Clemente Mastella, ma non si sentono in dovere di far sapere che una associazione che conta oltre un milione di soci sta ragionando sul suo futuro, e su quello del paese. Ad aggravare la situazione, c’è il fatto che, a parte Fausto Bertinotti, di altri politici del centrosinistra non se ne sono visti, se non qualche rappresentante diessino di terza fila. E in ogni modo nessun politico è stato invitato a prendere la parola, quando è toccato agli ospiti dire la loro.

Viceversa, quando la presidenza del congresso, giovedì pomeriggio, ha annunciato dopo la relazione di Paolo Beni, il presidente, che sarebbe stato proiettato un video-messaggio di Prodi, “leader” dell’Unione e sola speranza di sconfiggere Berlusconi nel voto, metà della sala del congresso si è alzata per andare a fare due passi o bere qualcosa, mentre l’altra metà ha deciso di scambiarsi opinioni su quel che Beni aveva appena detto. La famosa “connessione sentimentale”, secondo l’espressione di Gramsci, tra rappresentante e rappresentati è parsa in quel momento vicina al gelo che segue una separazione.

Mentre grande calore i delegati, eletti dai 35 mila soci che hanno partecipato ai congressi locali, hanno regalato a Rita Borsellino, candidata alla presidenza della Regione Siciliana [più della società civile che dell’Unione]; ad Antonio Ferrentino, la faccia pubblica delle comunità valsusine; a Luigi Ciotti, il cui discorso dovrebbe essere fatto circolare, tanto è stato severo con politici, gerarchie vaticane e altri poteri, tra cui quelli criminali “Ma "furore dei poveri” – ha specificato – è un’espressione adoperata da papa Paolo VI: sono a posto, così?"].

D’altra parte, la relazione di Beni [il cui testo integrale si può leggere qui] era la prova di una scommessa vinta: “L’Arci – aveva detto il presidente dell’associazione – ha scelto di presidiare l’autonomia del sociale”: sono le parole che adoperava Tom Benetollo, la cui improvvisa scomparsa, quasi due anni fa, aveva fatto temere a molti che l’Arci avrebbe potuto scivolare all’indietro, dalla collocazione autonoma, appunto, e a fianco dei movimenti sociali, come a Genova, che grazie a Tom, soprattutto, aveva progressivamente conquistato negli anni novanta, fino allo strappo con il governo D’Alema sulla “guerra umanitaria” nel Kosovo. Il nuovo presidente, il fiorentino Beni, e gli altri che avevano lavorato con Benetollo, si erano di colpo trovati a governare una eredità difficile, senza l’autorità – dentro l’associazione – di Tom.

E proprio dal Kosovo, non a caso, Beni è partito nel suo ragionamento sull’Italia, e il mondo, per tracciare il ritratto di una grande “palestra di democrazia”, un’associazione che riprende la sua storica denominazione [Associazione ricreativa e culturale italiana], sapendo, ha detto, che “ricreare” significa “rigenerare” la “dimensione e le relazioni sociali”, significa la “liberazione del tempo di vita dalla spirale mortale dell’ossessione del profitto e del consumismo”.

Nella proposta di Beni sono tornati tutti i grandi temi dell’altermondialismo, ossia di quella mobilitazione della società civile, dei cittadini, che indubbiamente ha aiutato anche l’Arci a mantenersi in carreggiata, anche se orfana della persona più importante. La pace e i beni comuni, la critica del “mito dello sviluppo” e la “democrazia diretta”, la critica della “autoreferenzialità” dei partiti e delle “comparse di Porta e porta”, il consumo critico e l’auto-educazione popolare, la democrazia sindacale e l’abolizione dei Cpt… E ad ogni punto fermo ribadito, i delegati reagivano con un applauso pacato, come a dire “sì, andiamo avanti”.
Certamente non è solo un idillio. L’Arci è molte cose, un gran corpo di interessi consolidati, la rete delle case del popolo nelle regioni “rosse”, i circoli avventurosi e in crescita nel sud, una storia di rapporto con i partiti di sinistra – i Ds in specie – che pesa ancora molto. E’ anche una aspettativa, per quanto disincantata, nei confronti di un nuovo governo dell’Unione, il cui programma, ha detto Beni, è “decisamente positivo”. Ma se, dopo le elezioni e con Prodi a Palazzo Chigi, si tratterà di cucire una rete di iniziative sociali e civili in grado di frenare lo slancio dei “riformisti” verso il mercato, non c’è dubbio che l’Arci ci sarà. E questa è, tra tante cattive, una buona notizia. O almeno a noi è parso così, giovedì pomeriggio, a Cervia.

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