Ho sempre pensato che la sontuosità di una camera ardente fosse direttamente proporzionale al sollievo che, senza poterlo dire, si provava per la dipartita del caro estinto. Questa sensazione mi è tornata in mente in modo pungente, ed è divenuta certezza, visitando la mostra “Solidarietà e sviluppo: l’impegno della cooperazione italiana nel mondo” allestita con dovizia di mezzi nel salone centrale del complesso del Vittoriano a Roma. Eh già, perché è di pochi giorni fa, del 16 febbraio per la precisione, la delibera del Ministero degli esteri che azzera i contributi italiani ai cinque più importanti fondi e agenzie delle Nazioni Unite. Un taglio definitivo, o tombale che dir si voglia, a una politica già vittima di tali e tanti tagli da essere ormai difficilmente riconoscibile.
E allora fa uno strano effetto rivedere come incorniciate (imbalsamate?) le idee in cui in tanti avevamo creduto negli anni ‘80 e per cui avevamo lavorato con passione: l’Iniziativa italiana per il Sahel, chi la ricorda più? Ed ecco le foto, i numeri, i filmati, la pompa di un pozzo montata lì, tra la raffigurazione di un campo minato, i kit per l’emergenza e gli strumenti per la medicina di base.
E poi ci sono spot, filmati, tanti, anche un video partecipativo sulla prevenzione dell’Aids in Mozambico, un bellissimo fumetto angolano sui bambini di strada, una collocazione di primo piano ai progetti per le donne. Peccato che nella realtà non ne venga finanziato nessuno, da anni ormai.
Alcune scelte sono discutibili: affiancare un abito tradizionale palestinese a un burka, o i coltelli utilizzati per mutilare le bambine ai fumetti utilizzati per convincere i loro genitori a non farlo più, ma nel complesso l’impressione che se ne ricava è quella di un grande passato. E di nessun avvenire. Senza un apparente perché. Amarcord, con quanta amarezza.





