L'altro lato

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Ci sono due possibili atteggiamenti sbagliati, per guardare a quel fenomeno che sono i Forum sociali mondiali. Ad esempio quello che si è concluso lunedì, in una città che forse si è sentita nominare, Bamako, capitale di un paese noto soprattutto per la sua musica, ma che quasi tutti gli italiani farebbero fatica e individuare sul mappamondo, il Mali. Il primo atteggiamento sbagliato è pensare che i Forum lasciano, letteralmente, il tempo che trovano, che non esistono, se non nelle illusioni dei pochi o tanti che li frequentano, poco più che turisti. Perché il potere “vero” è altrove e non sarà a forza di chiacchiere che un altro mondo sarà reso possibile. Ecco perché i media, specialmente i media da cortile italiani, se ne fregano apertamente, salvo poi remare all’indietro quando la loro promesse fasulle, tipo “noi informiamo sempre e su tutto”, vengono di colpo svelate, come ha fatto l’ottimo Marco Boccitto sul manifesto.
L’altro atteggiamento sbagliato, simmetrico, è quello che dice: non è con le chiacchiere che si cambiano le cose, ma con le lotte, combattendo contro il potere e possibilmente, come in Venezuela e in Bolivia, conquistandolo. Allora sì che si fa “politica”.

La nostra impressione, di Forum in Forum, dal 2001 ad oggi, è che le cose stiano diversamente. Lo ha spiegato molto bene il coordinatore dei Forum africani, Taoufik, un algerino che vive in Senegal, che in modo pacato, in una grande assemblea sul futuro dei Forum, ha detto che il loro carattere plurale, non gerarchico, adattabile ai luoghi, è ciò che ne garantisce l’esistenza. Di più: l’espansione. Oggi si è messo il primo piede in Africa, come cinaue anni fa in America latina, poi in Europa e in India, e domani in Pakistan e di nuovo in Africa, a Nairobi nel 2007. Perché il mondo, come dice quel tale, deve poter contenere molti mondi, vi sono diversità estreme, e solo il rispetto di queste diversità può consentire la convergenza, l’alleanza, la rete, l’azione comune. E ogni tentativo di fare dei Forum, o grazie ai Forum, dei “soggetti politici” alla maniera della vecchia sinistra, sono letali. Un punto che Ignacio Ramonet e altri fondatori del Forum sembrano non aver compreso, o aver dimenticato.

A Bamako, per esempio, diverse migliaia di organizzatori sociali–di insegnanti e contadini, di donne e di migranti, e così via–si sono riconosciuti tra loro, dando il via a un processo di costruzione di reti tra i paesi del Sahel, tra questi e il Maghreb, e con il resto dell’Africa, come non era mai avvenuto; e si sono parlati, se del caso alleati, con i loro omologhi europei, con cui hanno discusso da pari a pari, evento assai raro nella storia africana degli ultimi due secoli. Quel che ne uscirà, con i tempi che occorreranno, è un discorso che a un tempo rafforza l’identità degli africani e dice parole chiare a quelli del Nord. E una moltiplicazione di lotte, di resistenze e di sperimentazioni sociali che nessun comitato centrale potrebbe decidere, perché non può più esistere un “partito” che disciplini una sopcietà che non è più–dove lo è stata, ovvero solo in Europa–quella delle grandi classi sociali.

Abbiamo solo iniziato ad imparare, qui in Africa e dopo cinque anni di Forum sociali e di altre grande esperienze, come quella zapatista, un “nuovo modo di fare politica”, che comprende in sé il saper imparare lingue che ancora non conosciamo. Bamako è stata una grande esperienza, perché per un momento abbiamo guardato al nostro mondo dall’altro lato.

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