A fari spenti

060121mali02

Ci porremo qui, al terzo giorno di Forum sociale mondiale a Bamako, Mali, Africa subsahariana, serbatoio di migranti e contenitore di povertà, una domanda antica ma molto, molto attuale: perché diavolo i media italiani se ne fottono (scusate la parola)? Se uno è un giornalista per professione dovrebbe aver piacere di raccontare storie, magari soffrendo perché si tratta di storie drammatiche, di umanità violate, ma insomma, se uno legge i reportage di Ettore Mo, sul Corriere della Sera, capisce cosa può voler dire fare con dignità questo mestiere. Non fosse che per questo, Bamako dovrebbe pullulare di inviati dei media italiani, giornali e tv, perché qui sono concentrate in pochi giorni e in un unico spazio le storie e le persone che ogni giornalista dovrebbe andare cercando.

Uso un argomento basico, che riguarda proprio il mestiere, ed evito discorsi complicati, cui i “colleghi” reagiscono sbuffando e scrollando le spalle. Che so: il fatto che le democrazie europee, tanto fiere di sé e dei Lumi che hanno regalato al mondo, “sono in pericolo”, come ha detto sabato Aminata Traoré in un bel seminario sugli espulsi da Ceuta e Melilla, perché quel che accade alle frontiere europee, e il razzismo che le politiche europee mettono in pratica, sono un danno non solo per i migranti respinti, umiliati, usati come bersaglio di fucili e pistole, ma per “noi”, che subiamo il contraccolpo di questo clima intollerante. Ma chi se ne frega? Se uno é un giornalista, viene qui e ha la preziosa e unica occasione di farsi raccontare nel dettaglio, passo dopo passo, quel che un ambulante di Bamako, dopo aver raccolto denaro per anni con l’aiuto di tutta la famiglia (e le famiglie sono molto grandi, in Africa), ha fatto per cercare di venire in Europa. Qualunque cronista appena diligente rischia di sembrare Joseph Conrad, a raccontare queste storie di uomini migranti, i loro sentimenti, la violenza che li aspetta, il loro ritorno (lo faremo noi sul prossimo settimanale di Carta, dedicato guarda un po’ a Bamako). Invece niente. Qui ci siamo noi “cartacei” (espressione che racchiude non solo i redattori, ma i nostri molti amici che sono qui per molte ragioni e che sono dotati della virtù deklla scrittura, che non é un privilegio dei giornalisti), c’è un compagno del manifesto e ce n’è un altro di Liberazione.

Stop. Non dico il Corriere della Sera o la Repubblica, ma nemmeno l’Unità, ha trovato utile spendere qualche soldo per mandare un inviato quaggiù. Eppure, circolano gli inviati di Liberation e di Le Monde, per esempio. Dice: ma quelli sono colonialisti francesi. Forse. Ma non é che l’opposto di colonialista é indifferente, non é vero? Per questo non siamo tanto ottimisti sul dopo elezioni, dovesse vincere, come tutti speriamo, l’Unione. Perché i riflessi condizionati di una politica miserabile, incapace di guardare appena oltre, irresponsabilmente (cito ancora Aminata) capace di scaricare sui paesi del sud quel che i governi del nord non sanno risolvere, ossia l’enorme precarietà della vita e del lavoro al cui interno si colloca, se sappiamo guardare al mondo e non solo all’Unipol e a Palazzo Chigi, anche la grande questione delle migrazioni. Bene. Modestamente, possiedo la tessera di professionista dell’Ordine dei giornalisti dal 1976, e spesso mi viene voglia di fare come quei tali ragazzi che negli anni sessanta bruciavano pubblicamente le cartoline precetto che li volevano spedire in Vietnam. Non fosse una parola abusata, si dovrebbe dire: vergognatevi.

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