La nostra Africa

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Immaginate un paese che le classifiche Onu piazzano al quart’ultimo posto, quanto a “sviluppo umano”, il Mali. E immaginate che qui ci si metta in testa di organizzare un Forum sociale mondiale (“policentrico”, perché subito dopo si terrà quello di Caracas), impegnandosi ad ospitare tra le diecimila (registrati fino a giovedì mattina) e le trentamila persone (previsione realistica del numero finale di partecipanti), sollecitando le famiglie di Bamako ad invitare a casa loro, com’è accaduto, almeno diecimila persone; a trovare i luoghi per le centinaia di incontri e seminari che il lungo programma ufficiale elenca; insomma, cercando di combattere la battaglia, apparentemente persa in partenza, per la “visibilità” di un continente scomparso, l’Africa, per stringere i legami tra le lotte innumerevoli, di contadini e pescatori, di gente povera delle città, per portare al movimento globale contro il liberismo il contributo africano, dopo Porto Alegre, l’India di Mumbai e l’Europa.

Vi pare poco? Ci riusciranno, i nostri ospiti africani? Beh, dicono loro, dipende anche da voi. Dai giornalisti, dal centinaio di italiani che sono accorsi, e dai moltissimi europei e dai due ragazzi biondissimi che ci hanno chiesto dove si sarebbe tenuta la manifestazione di apertura, e quando gli abbiamo chiesto da dove venissero, hanno risposto: “From Iceland”. Vedremo nei prossimi giorni. Certo è che il panorama umano è fantastico, e rischia di diventare esotico: i colori degli abiti e i modi di tanti africani tutti insieme ci affascinano, compresa la lentezza, l’apparente disorganizzazione che trova sempre il suo punto di soluzione, la scoperta che contano non solo i ruoli rispettivi, ma soprattutto le provenienze e l’essere parte, anche in modo indiretto, delle grandi famiglie imparentate con altre grandi famiglie, in un intrico che sembra coivolgere tutta la popolazione, per qualche ragione di vicinanza ai nostrti occhi aridi inutile e fatua.

Sono solo impressioni, il Forum non è in effetti ancora cominciato. Ma si intuisce che lo spirito “orizzontale” del Forum sociale mondiale sta germinando rapidamente anche nel paese dei poveri più poveri, che, come già accadde in India, si scrollano finalmente di dosso il colonialismo di ogni tipo e però, come tengono a ribadire gli organizzatori, “siamo qui per dimostrare di saper fare proposrte, costruire senza violenza”. Né, bisogna dire, attitudine verso i “bianchi” che non sia la simpatia e l’eguaglianza.

Questo potrebbe essere, il primo Forum africano. Una buona medicina per i tentativi ripetuti di far diventare il processo dei Forum qualcosa di più “politico”: Ignacio Ramonet ha detto alla conferenza commemorativa di Bqndung (i Non Allineati) che è ora che il movimento globale esca dalle vaghezze e si metta a far politica. È la stessa linea del “Manifesto di Porto Alegre”, ispirarto da Le Monde diplomatique (e da Hugo Chavez), che, presentato lo scorso anno al Forum, fu un enorme buco nell’acqua. Ma che ora si ripresenta, forse nella forma di “Manifesto di Bamako”, scritto prima e fuori del Forum da Samir Amin e Francois Houtart, e destinato a essere presentato a Caracas, come contributo africano all’antimperialismo governativo del governo del Venezuela. Cinque anni dopo, il Forum sociale mondiale è a un bivio: diventare un movimento politico legato ai governi di sinistra o promuovere la sua funzione di rete sociale globale.

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