L'editoria secondo Grillo

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Nel numero del settimanale in edicola pubblichiamo un’intervista a Beppe Grillo, Tema: i rifiuti, e il business che è cresciuto intorno a questo fenomeno della vita moderna, diciamo così. “Al supermercato–dice Grillo–in realtà noi compriamo rifiuti”. Bene, faccio questa premessa per dire quanto ci stanno a cuore le molte incursioni che Grillo fa nel senso comune, mettendo sottosopra quel che pare ovvio: che ci sia bisogno di questa quantità di energia, che il solo modo di spostarsi sia l’automobile, e che l’auto può andare solo a petrolio, eccetera. Il successo di questo irregolare del discorso pubblico è testimoniato dal suo blog, beppegrillo.it, a cui la scorsa settimana il Venerdì di Repubblica ha dedicato la copertina. E d’altra parte, le volte che il nostro sito è stato citato da quello di Grillo, i contatti sono schizzati all’insù.
Lunedì, nel sito di Grillo, è comparsa una nota sui “contributi pubblici (nostri soldi) all’editoria”. Cioè alla legge per l’editoria, di cui abbiamo più volte scritto. Grillo, dopo aver elencato un po’ a caso le cifre che vanno a diversi giornali, dal Foglio al manifesto, dall’Unità a La Padania; dopo aver scritto che i finanziamenti vanno a riviste “dai nomi incredibili come ‘Il campanile nuovo’ o ‘Il mucchio selvaggio’”; dopo aver precisato che i denari vanno a diverse categorie di pubblicazioni, ossia “quotidiani editi da cooperative già organi di movimenti politici, quotidiani e periodici editi da cooperative di giornalisti, periodici di enti morali, eccetera, eccetera”, conclude: “Io non sono d’accordo con questa legge. Il giornale lo voglio pagare in edicola, non con le tasse. Basta con l’informazione assistita. Chiunque è capace di fare l’editore con i soldi degli italiani”.

Inviteremmo Grillo a approfondire un po’. Perché sembra credere che il mercato sia un meccanismo neutro che premia i meritevoli e punisce chi “non è capace” di fare un giornale. Ma è davvero così? Non è proprio il mercato a imporre quel consumo di energia, quel tipo di mobilità, la moltiplicazione dei rifiuti, e così via? In fondo, tutto il lavoro di Grillo si potrebbe riassumere in questo: che l’interesse pubblico non coincide con le tendenze spontanee del mercato e che si tratta di introdurre dei correttivi. Ad esempio, propone nell’intervista che pubblichiamo, far pagare un kiwi neozelandese per il costo effettivo–in termini di inquinamento ambientale, ad esempio–che il suo trasporto ha: “Così–dice–quel kiwi costerebbe tanto da escluderlo automaticamente dal mercato”.

Il mercato editoriale è il più truccato tra quelli che esistono in Italia. Per una serie di ragioni: perché il meccanismo distributivo, le famose edicole, è congegnato in modo tale da ammazzare i piccoli e premiare i grossi; perché la ripartizione delle risorse pubblicitarie è iniqua; e anche perché lo stato finanzia i grandi gruppi editoriali ben di più di quanto finanzi cooperative e giornali di partito. Sì, perché la categoria che Grillo cita come “eccetera”, non avendo avuto forse la pazienza di andare a vedere quel che finalmente era pubblico nel sito del governo, è quella di Rcs Corriere della Sera, Gruppo L’Espresso, Sole 24 Ore, ecc., ai quali lo stato rimborsa il 10 per cento–con detrazioni fiscali–di quel che spendono per la carta. In questo modo, il Gruppo L’Espresso totalizza 9,3 milioni [circa 18 miliardi di lire] e Rcs poco meno di 14 [circa 28 miliardi di lire]. Il paradosso è che il Sole 24 Ore ha distribuito in dividendi agli azionisti, in un certo anno, l’equivalente di quel contributo di stato: alla faccia del libero mercato. Tutti questi soldi diventano milioni di copie di enciclopedie della cucina, cioè spreco di carta [e di alberi] e in buona quantità rifiuti.

C’è viceversa in Italia una informazione cooperativa, libera dai grandi gruppi economici e in grado di fare una informazione indipendente? Ce n’è poca, pochissima, appunto le scarse cooperative di giornalisti [come Carta o il manifesto], che, alle condizioni date del mercato, non dovrebbero esistere, che non potrebbero vivere solo delle copie vendute [perché per vendere molto bisogna investire molto], della pubblicità [scarsa, e nel nostro caso del tutto “etica”, degli abbonamenti [esiste una tariffa per i giornali, ma noi paghiamo alla tariffa della posta prioritaria perché sennò il giornale non arriva], o del contributo di chi ci crede [noi abbiamo 350 soci, ma non possiamo chiedere loro un milione di lire l’anno]. Perciò–ed è una battaglia che iniziò Luigi Pintor nei primi anni ottanta–occorre un correttivo al mercato, che permetta anche a giornali liberi di vivere. La legge per l’editoria appunto.

Della quale, dato che siamo in Italia, si sono via via impadroniti i grandi gruppi [cui va il grosso dei finanziamenti] e i partiti, i cui giornali hanno privilegi inaccettabili: le cooperative devono aspettare cinque anni, per avere i contributi, presentando bilanci in pareggio [perciò stia tranquillo, Beppe Grillo: nessun’altra cooperativa potrà più nascere], mentre i giornali di partito aspettano zero anni; le cooperative hanno un massimo di rimborso, i giornali di partito no.

Dunque, ecco una battaglia che meriterebbe fare: premere perché un nuovo governo dell’Unione vari una legge di sostegno ai giornali che effettivamente nascono dal basso. A meno che Grillo non si accontenti della Repubblica e del Venerdì. E a proposito: “Il mucchio selvaggio” è un bel mensile che si occupa di musica rock, fondato da una cooperativa e che costituisce una buona alternativa alla musica liofilizzata proposta dai grandi giornali.

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