Mercoledì mattina, il giornale di Rifondazione, Liberazione, aveva un grande titolo in prima pagina: la bozza di programma dell’Unione, preparata sulla base del lavoro dei “tavoli” che si sono riuniti nei mesi scorsi, è “irricevibile”. I Verdi dicono più o meno lo stesso. A scrivere il testo, un collaboratore stretto di Prodi, che, secondo Liberazione, ha cambiato una parola qui e fatto scomparire una parola là. Il risultato: una serie di ambiguità [ad esempio sul Ponte sullo Stretto e sulla legge 30] che lascerebbero a un nuovo governo di centrosinistra la possibilità di fare una cosa e il suo contrario. Carta è in grado di offrire ai lettori di questo sito il testo integrale di questa bozza di programma [dal significativo titolo “Titolo da definire”, e chi avrà la pazienza di leggere il tutto potrà farsi un’idea più precisa.
Ma la morale di questa vicenda è secondo noi un’altra. Forse qualcuno tra i lettori ricorderà che da almeno un paio di anni Carta si sta industriando attorno al programma di un futuro governo post-berlusconiano, prima con le “secondarie” [consultazione tra i lettori, invitati a segnalare le tre cose grazie alle quali avrebbero più volentieri votato Unione, iniziativa poi riprodotta tal quale dal manifesto, e la cosa ci soddisfa assai] e poi con la serie di “cantieri” tematici che abbiamo organizzato con alterne fortune insieme ad altre riviste di sinistra o sociali [da Aprile ad Alternative, da Quale Stato a La Nuova Ecologia, ecc.], e a uno di questi “cantieri” partecipò lo stesso Prodi. Siamo anche tra i promotori di “Cambiare si può”, i dieci punti programmatici sotto i quali, grazie soprattutto all’Arci, si stanno raccogliendo firme in tutta Italia.
Ricordo queste cose solo per dire che non siamo indifferenti al modo in cui gli avversari di Berlusconi si presentano agli elettori, e che abbiamo nel nostro piccolo sostenuto le parti politiche [Rifondazione, i Verdi, la sinistra Ds] interessate a un dialogo con le esperienze e le proposte della società civile. Ma il bilancio è deprimente. Ovvero: abbiamo sì aiutato a mettere in fila progetti e idee su immigrazione e lavoro, forme della democrazia e informazione, pace e “sviluppo”, ecc., ma poi i partiti si sono riuniti, si sono parlati addosso, hanno prodotto documenti dei “tavoli” che infine, come denuncia Liberazione, sono stati, diciamo così, aggiustati: tanto da far sospettare che le annunciate assemblee regionali, nonché quella nazionale, sul programma, le si voglia far diventare innocue accademie. Indizio interessante: di questa bozza di programma non c’era traccia, sui “grandi giornali”, segnale che, per loro, il programma è già tracciato. E’ quello dei gruppi di potere economico e finanziario che usciranno vincenti dalla guerra di dossier, intercettazioni, inchieste giudiziarie con cui si è in effetti aperta la campagna elettorale.
La verità è che noi avevamo una speranza: che questi anni di movimenti sociali diffusi, cioè di proposte e di conflitti su privatizzazioni e precarietà del lavoro, grandi opere e dramma della casa, forme democratiche innovative e rifiuto della guerra, e così via, avessero depositato tanto, in idee e persone, da costringere la politica a – per lo meno – tenerne conto. L’impressione che abbiamo avuto lo scorso anno – indubbiamente anche a causa di nostre incapacità e limitatezze – non è stata confortante.
Poi, però, è successa la Valle di Susa. E’ successo che lì si è aperta la grande crepa, tra lo “sviluppo” e un altro genere di economia; tra la democrazia dei “decisori” [come dicono loro] e la democrazia delle comunità. La valle più famosa d’Italia riassume in sé lotte e speranze di tutte le comunità, le reti sociali, i movimenti che ovunque si adoperano perché all’economia onnivora del liberismo – per di più orfana del senso che aveva avuto nel secolo scorso lo “sviluppo” come premessa del progresso civile – si sostituisca qualcos’altro. Così, il nostro “programma”, e la nostra “campagna”, sono oggi quel che i cittadini, i sindaci, i comitati No Tav vanno facendo con grande coraggio, capacità di resistenza, fantasia e, come abbiamo visto la notte dell’ultimo dell’anno a Venaus, allegria.
Ora arrivano da lassù due annunci. Il primo è che, in una data da stabilire, un treno [a bassa velocità, va da sé] partirà da Bussoleno, in Val di Susa, diretto a Messina, per incontrare lungo il percorso tutti quelli che, città per città, valle per valle, si oppongono a questo tipo di “sviluppo”. L’altro annuncio dice che dal 17 al 19 febbraio – proprio nei giorni delle Olimpiadi invernali – un grande forum sarà organizzato, nella valle e a Torino, per discutere e formulare proposte su temi come la democrazia, le grandi opere, i rifiuti, l’acqua, l’energia… insomma, per una modernità che tuteli la natura e i legami sociali, e che promuova una democrazia reale. Questo forum avrà per titolo -la cosa ci onora moltissimo – lo stesso del mensile Carta Etc. ora in edicola: “Il nostro cortile”. Per dire che ogni cortile è da difendere, perché tutti insieme sono il nostro paese. E, se possiamo vantarci solo un poco, fummo noi a proporre una cosa come il treno della Valle di Susa, nei giorni in cui da tutta Italia si chiedeva ai valsusini di andare a parlare della loro lotta. [Ricordo di passaggio che lunedì prossimo, 16 gennaio, sarà in edicola con Carta settimanale il libro di Chiara Sasso, “No Tav. Cronache dalla Valle di Susa”, Carta-Intra Moenia].
Bisogna essere sobri, come sono i valsusini. Ma noi siamo certi che la nostra “altra campagna”, così diversa e così simile a quella intrapresa degli zapatisti in Messico [leggete l’articolo di Neil Harvey in questo stesso sito], è questa. Che, se il treno anti-Tav sarà accolto da molta gente in molte città, e se il 17 febbraio, all’apertura del forum, si presenteranno migliaia di persone, gente di comitati locali e analisti, membri di reti sociali e intellettuali, allora avremo una possibilità di evitare che, il giorno dopo le elezioni, se l’Unione vincerà, il monologo della politica riprenda come nulla fosse accaduto. Almeno, vale la pena provarci.





