Come spesso accade, i “grandi” giornali italiani e con loro i principali telegiornali si sono stupiti della vittoria di Evo Morales nelle elezioni presidenziali boliviane.
A costo di molte imprecisioni e di qualche scorciatoia analitica, hanno cercato di spiegare il fatto “storico” che un indigeno (per favore, basta con la parola “indio”, razzista e colonialista) sia arrivato alla guida istituzionale del paese più povero dell’America del sud. In realtà, la sorpresa sarebbe stata piuttosto il contrario, se cioè avesse vinto il candidato della destra conservatrice e neoliberista Jorge “Tuto” Quiroga. Nelle strade di La Paz, a El Alto, a Cochabamba era chiaro che stavolta, a differenza che nel 2002, Morales aveva trovato la giusta sintonia con i movimenti sociali che sono i grandi protagonisti della scena politica boliviana.
Lo stesso Morales ha reso loro omaggio nel suo discorso inaugurale, quando ancora lo spoglio dei voti non aveva dato per intero le dimensioni della vittoria elettorale. È dal 2000 che i movimenti boliviani accumulano forza e consenso. Oscar Olivera, portavoce della Coordinadora en defensa del agua y vida, di Cochabamba, ce lo spiegava poche settimane fa qui in redazione: “Le elezioni fanno parte di questo processo di accumulo di forza, ma non sono l’esito finale”. L’esito finale è, o almeno dovrebbe essere, un cambiamento radicale dello stato boliviano. È qui il nodo più complesso da sciogliere nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, quando Evo Morales si insedierà al suo posto di capo dello stato e inizierà a trasformare le promesse della campagna elettorale in provvedimenti concreti.
Il programma del Mas, il partito di Morales, non coincide del tutto con l’agenda dei movimenti sociali, sia per quanto riguarda la nazionalizzazione degli idrocarburi, sia per la convocazione di un’assemblea costituente che possa ridisegnare uno stato ancora colonialista nei suoi meccanismi e nel suo rapporto con la maggioranza, indigena, nella popolazione. Nelle prossime settimane si preciseranno anche le contromosse dell’oligarchia che ha retto le sorti della Bolivia dai tempi dell’indipendenza e che, probabilmente, non accetterà di perdere status e ruolo senza battere ciglio.
I primi segnali mandati da Morales e dal suo vice Garcia Linares tendono ad essere tranquillizzanti. La fragilità economica della Bolivia, che non ha né le dimensioni colossali del Brasile, né il petrolio venezuelano, inducono il nuovo esecutivo alla prudenza. Ma senza passi decisi nella direzione di una radicale revisione delle politiche neoliberiste degli ultimi decenni, la prudenza potrebbe essere letta come paura dai movimenti che hanno accettato di congelare le mobilitazioni sociali per dare una possibilità a Evo e a chi sostiene che sia possibile riformare lo stato. C’è, in effetti, una partita storica da giocare.
Ma non è quella che, a leggere i giornali, serve a dimostrare che gli indigeni siano in grado di gestire una macchina istituzionale imposta dai colonizzatori e dalle elités locali assieme al cattolicesimo e al castigliano. La partita riguarda piuttosto la possibilità che questa macchina istituzionale, in quanto tale, possa essere diretta verso una direzione differente o se invece non sia da sostituire, in Bolivia e anche altrove, con un’altra, tutta da inventare. Partendo magari dai piccoli ingranaggi che già funzionano, come i comitati di gestione dell’acqua a Cochabamba o nella periferia di Santa Cruz. È con loro, oltre che con i governi dei paesi ricchi, che Evo Morales dovrà fare i conti.





