Circo a tre piste

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Forse i più giovani non lo ricordano, ma ci fu un periodo in cui, per attirare un pubblico già ipnotizzato dalla televisione, i circhi si inventarono la moltiplicazione delle piste in cui acrobati, domatori e clown si esibivano. Così, “circo a tre piste” è diventato proverbiale. L’espressione mi è tornata in mente martedì sera, quando, dopo una giornata a fabbricare pagine del settimanale, facevo un disperato zapping alla ricerca di qualcosa di sedativo che conciliasse il sonno. Ho trovato: “Otto e mezzo”, la trasmissione di Giuliano Ferrara, che discuteva di Tav e di Val di Susa; “Ballarò”, il talk show di Giovanni Floris su Rai3, che si occupava di Tav e di Val di Susa: poco dopo, “Porta a porta”, officiato su Rai1 da Bruno Vespa, si è occupato di Tav e di Val di Susa.

Non che non ci fossero persone per bene, come ad esempio Giorgio Cremaschi, della Fiom, che sembrava appunto un domatore: siccome conosce bene Giuliano Ferrara, ex ultrà della curva stalinista torinese, lo teneva a bada agitando una sedia virtuale. C’era anche il povero Antonio Ferrentino, presidente della Comunità montana Bassa Val di Susa e vittima preferita dei media, che assisteva al dibattito surreale tra alcuni imbecilli, incompetenti e in malafede–venendone per fortuna tenuto ai margini–sorridendo dolente come un casertano ironico, quel che per l’appunto Ferrentino è. Anche Pecoraro Scanio e Ritanna Armeni, in confronto con Gasparri [da Ferrara], Vizzini e Violante [da Floris], Matteoli, Panebianco e, scusate la parola, Giovanardi, erano degli assoluti geni. Ma l’effetto minestrone era invincibile, come sempre.

Acrobati dei sondaggi, come Mannheimer [a cui l’illusionista Vespa deve aver sottratto la domanda chiave del sondaggio già pubblicato sul Corriere della Sera, quella in cui il 53 per cento degli italiani si dichiara d’accordo con i valsusini]; bestie feroci come Ferrara, che in perfetta malafede continuava a chiedere “ma insomma, chi è che decide, qui, e quando?”, dopo aver scritto elegie quinquennali sul Cavaliere che finalmente avrebbe liberalizzato questo paese; clown come Giovanardi, che agitava il suo telefonino gridando “ma insomma, ce l’abbiamo tutti, questo, come possiamo essere contro il progresso?”; questa compagnia di giro produceva una marmellata di senso comune reazionario e disinformato.

Tanto che veniva da chiedersi: ma se lì ci fosse qualcuno dei professori, degli analisti, degli intellettuali seri in grado di enumerare cifre inequivocabili, citare studi e prospettare alternative ragionandoci su, costui non sembrerebbe necessariamente un idiota? Non è, ripeto, il caso di Cremaschi, Ferrentino, Pecoraro e Armeni, che anzi si battevano, è il caso di dire, come leoni. Ma onestamente si può dire che da queste cinque o sei ore complessive di dibattito televisivo i termini della questione siano balzati fuori luminosi e trasparenti? O non sarà rimasto, nella retina dello spettatore, il trapezista più acclamato del circo, tale Nimby, che, avendo un nome anglosassone, gode di un successo senza freni? Chiunque può citarlo, assaporare le parole “back yard”, sentendosi per questo molto intelligente. E’ un po’ come il “fattore K” o un’altra “sindrome”, quella di Stoccolma, che a suo tempo spiegarono, senza bisogno di discuterne, vicende fondamentali della vita italiana.

La vera sindrome è quella televisiva, credere che andarci significa contribuire a chiarire qualche cosa, e se potessimo permetterci un suggerimento, ad Antonio Ferrentino ad esempio, gli diremmo di evitare di diventare dipendente da questa droga pesante che nessuna legge Fini metterà fuorilegge. Fugga, finché è in tempo. Eviterà di fingere di discutere con Angelo Panebianco, editorialista del Corriere della Sera, il quale non ha evidentemente la minima idea di cose sia la Tav in Val di Susa, ma soprattutto, venendo presentato come uno studioso della politica, non ha il minimo sospetto che la “legalità” non è come il cane capace di stare ritto sulle zampe posteriori in una delle tre piste, ma l’effetto socialmente condiviso di successive “illegalità” del passato. Nemmeno in un incubo gli verrebbe in mente che, nell’epoca della catastrofe ambientale e sociale che il liberismo sta provocando, magari con i loro cortei e presidi, con la loro resistenza i valsusini stiano aiutando a nascere una nuova legalità, in cui è proibito fare le guerre, bruciare petrolio e bucare le montagne per fare soldi.

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