Perché?

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Chi era a Genova nel luglio del 2001 ha potuto facilmente riconoscere – anche da lontano, grazie alle molte testimonianze che si leggono nel nostro sito e altrove – lo stile, diciamo così, delle “forze dell’ordine”. In effetti, non si capisce se siano più cialtroni o più sadici, poliziotti, carabinieri e i loro capi, compreso quel vicequestore Sanna di Torino che molti testimoni raccontano arrampicato in alto, durante l’aggressione al presidio dei No Tav a Venaus, a gridare “uccideteli tutti!”. Ma i fotografi pestati inutilmente, le persone giovani e inermi il cui volto è stato ridotto a una macchia di sangue, gli anziani presi a bastonate, le cose raccolte per rendere meno arduo il presidio nel freddo prese a calci… Perché? Perché quattro anni e mezzo dopo Genova, dopo la scuola Diaz e dopo le torture a Bolzaneto [tutto noto, tutto documentato] polizia e carabinieri ricominciano da capo, nello stesso modo? Perché, sostituito l’allora ministro Scajola da Giuseppe Pisanu, giudicato unanimemente un “moderato”, si usano questi metodi? E poi: è proprio necessario, anche dal punto di vista dei sostenitori della Tav, occupare militarmente la valle prima di picchiare la gente, e poi cercare, sempre con la forza, di far cessare quel che con tutta evidenza è uno sciopero generalizzato, ossia allargato a tutta la società, uno “sciopero di territorio”, dalla scuola elementare al negozietto di paese, passando per le fabbriche della zona? Davvero si pensa di poter risolvere la questione a questo modo?

Oppure: se Pisanu non è un imbecille e nemmeno un violento, e ammesso che il capo della polizia per tutte le stagioni, quel Gianni De Gennaro che è rimasto lì nonostante Genova, non c’entri direttamente, se insomma abbiamo a che fare con persone tutto sommato normali [sì, facciamo finta], perché credono di poter trattare un moto di popolo, una valle intera, sindaci in testa [quelli le cui fasce tricolori sono state strappate da poliziotti fuori di senno], come si tratta un centro sociale antagonista e minoritario? [Non va bene anche in quel caso, ma almeno c’è il pretesto dell’"estremismo"]. Le ipotesi possibili sono due, non in contrasto tra loro. La prima è che la democrazia di questo paese, logorata dalle “Porta a porta” e dai “leader” in competizione e troppo simili tra loro, non sopporta più il dissenso popolare, il conflitto sociale: nemmeno il più pacifico, com’è quello della Val di Susa. La seconda ipotesi è che la Tav muova tanto denaro, tanti interessi, che i politici di qualunque tipo non possono più, anche se volessero, fermare il treno. Questo – oltre naturalmente alla loro allergia per le espressioni dirette della democrazia e una arretratezza culturale da fare spavento – potrebbe spiegare, secondariamente, perché Ds e Margherita e Prodi, e purtroppo anche il vertice della Cgil, abbiano ripetuto per settimane, senza fare una piega, che “l’opera si deve fare”, creando le condizioni perché il governo potesse agire come ha agito. E anche questa è una scena che abbiamo già visto a Genova.

Non c’è molto da aggiungere. Se non che la Val di Susa segnala la frattura irrimediabile tra il paese “delegato” [quello che potete leggere ogni giorno sul Corriere della Sera] e il paese “diretto” [quello del valsusini di tutta Italia]. In particolare, in questa occasione, sul nodo più indigesto alla cultura di sinistra: quello dello “sviluppo”, della “crescita” [e c’è da congratularsi con la Fiom per averlo immediatamente inteso]. La Val di Susa è diventata una questione nazionale, che sta a cuore alle reti sociali, ai movimenti, alle comunità che resistono alle “grandi opere” o alla privatizzazione dei beni comuni. Siamo certi che l’aggressione della notte tra lunedì e martedì si trasformerà in un boomerang.

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