La Grande Opera

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Mario Porqueddu è un bravo ragazzo e un giornalista onesto: l’ho conosciuto la volta che–da free lance, come si dice–seguiva nel 1998 la missione degli osservatori dei diritti umani, in Chiapas, che si concluse con l’espulsione dal Messico di oltre cento italiani, occhi indiscreti sulle persecuzioni che gli indigeni zapatisti subivano da militari e paramilitari. Nonostante lavori per il Corriere della Sera, Mario non ha perso l’abitudine di notare l’essenziale: così, delle molte cronache dello sciopero generale e del grande corteo in Val di Susa (il Corriere, in ogni caso, non aveva nemmeno un micro-titolo in prima pagina), la sua è quella che coglie il punto: dopo aver elencato le delegazioni da Messina e Venezia, dal Mugello e da Scanzano, ecc., scrive: “Come se la battaglia fosse diventata una e nazionale contro le grandi opere”.

Esatto, il grande valore della Val di Susa, oltre che quello gigantesco che ha in sé, l’aver unito una intera comunità, è quello di aver fatto precipitare d’un colpo la miscela chimica che si andava formando da anni: con la ribellione della Basilicata alle scorie nucleari, con la resistenza cocciuta di Venezia al Mose, con l’incredibile lotta di messinesi e calabresi contro il Ponte, con l’insurrezione di Civitavecchia contro la centrale a carbone, con le centinaia di amministrazioni locali e di movimenti che ostacolano, in ogni angolo del paese, la nascita dei mostruosi funghi dello “sviluppo”. Questa chimica da mercoledì 16 novembre ha prodotto un unico movimento, una rete virtuale, una consapevolezza comune.

Già perché l’obiezione da fare al treno ad alta velocità della Val di Susa non è solo quella ambientale (l’amianto), e nemmeno quella di tipo “sub-sviluppista” (ma le merci da trasportare non sono così tante), tanto meno solo quella economica (costa troppo), neppure quella “alla mani pulite” (chi ci guadagna, su quei 15 miliardi di euro?). Tutte queste sono conseguenze di un’unica causa, che prende le forme qui di Tav, là di autostrada, altrove di centrali di energia sporca, in generale di aggressione urbanistica al territorio, ovunque di rapina dei beni comuni sotto forma di privatizzazioni dell’acqua e degli altri servizi alal comunità. Qual è questa causa? Il fatto che chi comanda sull’economia, e i loro coadiutori nella politica, hanno concluso che–finita l’epoca della grande manifattura, ormai più conveniente dei paesi del sud del mondo–la nuova frontiera del “mercato”, cioè del profitto, sono le mega-opere e la trasformazione in merci dei beni comuni, appunto.

L’ideologia che sostiene questa politica–e che purtroppo ancora acceca, ad esempio, i vertici della Cgil–è quella della “crescita”. Se si trasporta di più, si costruisce di più, si vende di più (compresi l’acqua e i trasporti locali, ecc.), questo gioverà alla società e ai lavoratori. Ma è una gigantesca menzogna, che reti sempre più vaste, composte da cittadini e amministratori, lavoratori e sindacalisti, e così via, hanno smontato pezzo a pezzo, riducendola a quel che in effetti è: offrire opportunità di profitto al capitale.

Ma questa è anche una scelta politico-elettorale. Come mai i Ds del Piemonte sono tanto ferocemente schierati sulla Tav? Perché in Toscana, in Campania e in Lombardia i Ds continuano a svendere gli acquedotti, nonostante la prova evidente che questo peggiora il servizio, riduce gli investimenti, aumenta il prezzo e spreca una risorsa preziosa? Perché parte della Margherita ha votato a favore della legge Lupi, che liberalizza l’uso del suolo urbano, e nel Lazio i Ds vogliono una “legge speciale per Roma” che assomiglia terribilmente alla legge firmata dal centrodestra? Perché, dopo che Montezemolo si è scagliato contro il “neosocialismo municipale”, sul Corriere della Sera compare un articolo firmato da Linda Lanzillotta (ex assessora alle privatizzazioni di Rutelli sindaco di Roma e oggi presidente della società che promuove il commercio estero per conto delle camere di commercio) in cui si deplora la resistenza degli enti locali a cedere i servizi pubblici al mercato e si propugna il “liberalismo municipale”?
La risposta è semplice: Ds e rutelliani pensano in questo modo di vincere le elezioni, di stabilire un patto con costruttori, industriali e trapanatori di montagne, con il vantaggio di potere–come fa Prodi ogni giorno–vantarsi di essere i soli a poter far “crescere” l’Italia.

Va bene, speriamo che Berlusconi sia sconfitto. Ma quelli che marciavano in Val di Susa, e i milioni come loro, sanno che, dal giorno dopo le elezioni, si tratterà di sradicare questa idea dalla testa delle migliaia di chiamparini e di bresse che trattano l’Italia come unni postmoderni. Perché, in fondo, la democrazia siamo noi cittadini, non loro.

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