Il Corriere della Sera di lunedì ha in prima pagina un editoriale di Franco Venturini dedicato dalle “anatre zoppe” dell’occidente, ossia ai “leader” in difficoltà per diversi motivi, da Bush a Chirac. E’ un punto di vista, porsi dalla parte dei governanti, del potere, e da lì guardare in basso, verso le società, e chiedersi come mai la macchina della delega e dell’ordine si sia inceppata.
E’ comunque interessante che il Corriere si ponga questa domanda a largo raggio: non uno solo, perché fa una certa politica, ma tutti i capi di stato o di governo dell’occidente, quale che sia la loro collocazione geografica nello spettro che va da destra a sinistra o viceversa, sono nei guai. Questo vale per i tedeschi, costretti a una “grande coalizione” che altro non è se non l’occupazione del governo da parte delle forze politiche storiche; per Tony Blair, che ha incassato la sua prima sconfitta parlamentare, per altro su un tema tanto fondamentale – per il profilo che ha scelto dall’inizio della guerra in Iraq – le misure antiterrorismo, e vale per Zapatero, contestato da destra dai cattolici ma evidentemente in difficoltà dopo aver fatto le scelte di qualunque altro governo europeo a proposito dei muri di Ceuta e Melilla, vale naturalmente per Berlusconi, ridotto a fare il cabarettista pur di ottenere un titolo sui giornali che spiazzi i suoi avversari nel gioco degli annunci (come nella faccenda delle “case ai poveri”, scherzo atroce da parte del governo che ha più gonfiato la rendita immobiliare), ecc.
Ecco, proviamo ad assumere il punto di vista opposto: guardiamo cioè alle difficoltà delle “anatre zoppe” (anche questo è gergo politico nordamericano) dalla parte delle società, dei cittadini. O meglio, proviamo a cercare lì le cause di questa generale crisi dei governi. Lo si può fare a proposito di tre “emergenze” apparentemente molto distanti tra loro: la lotta della Val di Susa contro il treno ad alta velocità; la rivolta delle banlieues francesi (con tendenza a un contagio continentale); le rivelazioni sull’uso di armi chimiche da parte degli statunitensi in Iraq. In comune, queste tre vicende, hanno sicuramente una cosa: la disinformazione ostinata e sistematica da parte dei grandi media. Più o meno, in tutti e tre i casi si è cercato di far credere ai cittadini che le verità ufficiali, quelle che appunto hanno creato il fossato tra governanti e governati, erano quelle da utilizzare per comprendere cosa stava accadendo.
Nel caso della Val di Susa, non si è risparmiata alcuna bassezza, insinuazione e menzogna, come l’annuncio del ministro Pisanu secondo cui vi sono nelle proteste dei valsusini “infiltrazioni” di pericolosi bombaroli, annuncio che per un paio di giorni è diventato il titolo principale su tutti i giornali e che assomiglia terribilmente a una profezia che si auto-avvera. Ma che dire del fatto che centrodestra e centrosinistra sono, in questo come in altri casi, assolutamente indistinguibili (e purtroppo anche la Cgil torinese e nazionale si sono unite al coro)? Mercoledì, giorno dello sciopero generale, si vedrà (ammesso che ce lo facciano vedere) quanto poco “localista” sia la resistenza della Val di Susa, quanto essa rappresenti invece quel che è ormai un senso comune: lo “sviluppo” fatto di tunnel, autostrade, mega-ponti, treni ad alta velocità, asfalto e cemento è un nemico da combattere, in nome di una economia a misura delle comunità e della natura. Di Val di Susa in Italia ve n’è a centinaia, e a decine di migliaia lo testimonieranno il 16 novembre. Ed è chiaro che, agitando la “crescita” come religione ufficiale dello Stato, destra, sinistra e sindacato screditano se stessi.
Quanto alle banlieues, nel numero di Carta settimanale in edicola questa settimana, oltre a pubblicare molte voci da e sulle periferie parigine per accostarci alla questione con il minimo di pregiudizi, intitoliamo “Ce n’est qu’un début”, antico slogan del Maggio ‘68, non perché pensiamo che sia la stessa cosa. Al contrario, questa insorgenza è probabilmente il rovescio del ’68: allora, si trattava di studenti bianchi ottimisti, qui di ragazzi esclusi dalla scuola e dal lavoro, di molti colori e pessimisti sul loro futuro. Allude, quel titolo, a qualcosa che è stata detta in questi giorni nelle infinite pagine e negli infiniti commenti con cui si è cercato di capire, dal di fuori, perché accadeva: lo ha scritto Barbara Spinelli sulla Stampa, che le insurrezioni francesi, dalla Rivoluzione di fine settecento alla Comune, al Maggio, hanno finito con l’investire il continente intero. Qui, si tratta del nodo inestricabile che la postmodernità del liberismo al tramonto ci lascia, quello della cittadinanza. Umberto Galimberti ha scritto, sull’ultimo “D” di Repubblica, un articolo straordinario: questa, ha scritto, è l’epoca del viandante, e noi ci troviamo a dover fare i conti con la fine dei confini e della proprietà, i due pilastri su cui si è costruito lo Stato nazionale moderno. I ragazzi delle banlieues sono questi “viandanti”, incerti tra l’aspirare alla piena cittadinanza “repubblicana”, da cui sono esclusi, e la ricerca di qualcos’altro, un altro genere di cittadinanza non più nazionale. La domanda erompe in modo esplosivo, come sempre capita quando nuove condizioni sociali e culturali vengono compresse dall’ordine antico.
Ma come hanno reagito, politici e intellettuali? Sostanzialmente eludendo il nodo, oscillando tra gli insulti di quell’energumeno di Sarkozy (che crede di farsi la campagna elettorale per le presidenziali a colpi di stato d’assedio, erodendo ancor più i fondamenti della Repubblica) e le prediche sul “nulla”, sulla “disperazione”, sull’"assenza di progetto", da parte di sinistre assortite e perfino di organizzazioni come Attac Francia (quasi che un movimento sociale che tenta di trovare una sua identità dovesse nascere già dotato di organismi dirigenti, già capace di organizzare beneducati convegni e in possesso del linguaggio che si parla nel centro di Parigi). L’esito quale sarà? Una politica che si sorregge aumentando la dose di violenza fisica, dopo aver esercitato, su quelle periferie, tutta la violenza sociale possibile. E non è che i governi socialisti abbiano fatto cose molto diverse da quelle che ha fatto Chirac, prima da sindaco di Parigi e poi da presidente.
Infine, le armi chimiche in Iraq. Su cui c’è poco da discutere. Infatti i grandi giornali e telegiornali, con pochissime eccezioni (dopo il servizio di RaiNews, in Rai se n’è parlato solo a “Primo piano”, la rubrica del Tg3, e nella trasmissione di Fabio Fazio), hanno ignorato la cosa, che pure aveva fatto accorrere i media di tutto il mondo, quelli statunitensi compresi. Oppure, la buttano in corner: la faccenda diventa la solita bega nel centrosinistra, tra “radicali” che protestano e “riformisti” che, essendo gradualisti, promettono al dubbio presidente iracheno un ritiro con tutta calma, se dovessero vincere le elezioni.
Eppure, milioni di bandiere della pace alle finestre, e milioni di manifestanti, hanno negli ultimi anni detto una cosa molto semplice: la guerra è un orrore, chiunque la faccia. Infatti Saddam e Bush hanno in comune – tra molte altre cose – l’usare qualunque mezzo, contro i loro “nemici”, comprese le armi chimiche. Anche questo è un senso comune enormemente diffuso, tanto che è difficile calcolare, oggi, quanto le promesse di Rutelli, Fassino e Prodi al presidente iracheno possano indurre molti elettori del centrosinistra a disertare. Certo, c’è sempre il ricatto “o noi o Berlusconi”. Ma, dal giorno dopo il voto, questo ricatto dovrà finire per forza. E allora? Dove andranno a zoppicare le anatre dell’Unione?





