Studenti e precari

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Che sorpresa, gli studenti! Tanti, disordinati, rumorosi, pacifici e intenzionati a non farsi fregare. Centomila o chissà quanti – impossibile contare lo sciame umano, spesso aggrumato, senza quasi striscioni né bandiere, senza quelli che la liturgia dei cortei chiama “cordoni” – hanno riempito una manifestazione che, per i numeri, non si vedeva da anni e per la qualità, forse, non si era mai vista. Tutta nuova, addirittura inedita, la composizione “sociale” di quel popolo di “borderline” un po’ studenti e un po’ precari che popola la scuola e le università: dentro-fuori ma, soprattutto, oltre gli steccati e le appartenenze, anche quelle politiche.
Con competenza e senza proclami, dai camion hanno spiegato perché bocciano la legge Moratti, e le ragioni dell’insopportabilità di un sistema che esclude dal diritto alla conoscenza e consegna i saperi al mercato. Il problema lo hanno studiato e approfondito, le scorse settimane, durante le occupazioni e ora sanno con esattezza cosa li aspetta dopo l’approvazione della legge e a quale destino di vita li consegna. Al corteo, qualcuno di quelli che non ha più vent’anni [ma erano davvero pochi] si chiedeva ingolosito se questo movimento potrà “durare” fino alle elezioni. Noi non lo sappiamo e non lo vogliamo sapere perché, ci pare di capire, gli studenti senza bandiere ragionano diversamente: non sono né pre né post, né fuori né dentro né di lato rispetto al sistema della politica e da quello della delega. Ma semplicemente oltre.

Ecco perché letteralmente non capiscono [e noi con loro] perché, nel giorno in cui il parlamento si appresta a votare una legge che loro respingono e che li esclude, non possano andare a manifestare la loro contrarietà davanti a quello stesso parlamento [poi in parte ci sono riusciti, ma il divieto era muscoloso]. Non lo capiscono perché è insensato e perché la loro domanda di partecipazione è così impellente e diretta da non ammettere dinieghi. Mentre scriviamo non sappiamo se la legge Moratti per le università sarà votata. Crediamo di capire, però, che gli studenti sanno molto saggiamente rinunciare alle bandiere ma non alla loro dignità.

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