Il 22 aprile 2004 la Camera dei deputati approvò una sciagurata legge sulla tortura. La maggioranza accettò un emendamento di due leghisti con cui si stabiliva che si può parlare di tortura solo quando minacce e violenze su detenuti compiute da pubblici ufficiali sono “reiterate”. Era una sorta di via libera alla “tortura semplice”, da un colpo e via. L’opposizione, giustamente, reagì indignata: la maggioranza fu accusata grosso modo d’essere incivile e antidemocratica, e più di un deputato evocò le torture largamente praticate nei regimi militari centro e sud americani per alcuni decenni. A nessuno venne in mente di citare episodi più recenti e più vicini a noi, ad esempio quelli avvenuti a Genova nel luglio 2001, o quelli della caserma Raniero di Napoli, nel marzo dello stesso anno.
Nessuno, fra i parlamentari del centrosinistra, ebbe la prontezza, la sensibilità, o forse soltanto la voglia, di citare i rapporti di Amnesty International degli ultimi anni, ricchi di riferimenti a maltrattamenti subiti nelle nostre caserme da immigrati e piccoli malviventi o nelle carceri da molti detenuti. A nessuno venne in mente di citare ad esempio la disavventura toccata alcuni anni fa al figlio dell’onorevole Vannino Chiti, pezzo grosso dei Ds, fermato davanti a una discoteca, scambiato per albanese e pestato a sangue nella questura della civilissima Pistoia.
Insomma, i nostri deputati stavano approvando una legge sulla tortura credendo di compiere un atto soprattutto simbolico, per allineare la nostra normativa agli standard internazionali, senza implicazioni dirette per il nostro paese. Si votava a Montecitorio pensando all’Argentina, al Salvador, al Brasile degli anni Settanta o al massimo ad Abu Ghraib. Forse solo i leghisti, col loro astuto emendamento, agivano per “salvare” preventivamente qualche nostro agente un po’ “esuberante”.E’ stato, e resta, un grave errore politico, che denota un allarmante deficit di consapevolezza sull’emergenza diritti civili che l’Italia sta vivendo.
Il 12 ottobre entra nel vivo a Genova il processo per i fatti di Bolzaneto: 45 agenti dei vari corpi di polizia sono accusati a vario titolo di abuso d’ufficio, violenza privata, lesioni personali, percosse, ingiurie, minacce e falso ideologico, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Non figura ovviamente il reato di tortura, che l’Italia non aveva nel 2001 all’epoca dei fatti, e che manca ancora oggi, visto che il progetto bipartisan arrivato in aula il 22 aprile 2004, dopo la “correzione” leghista è tornato in commissione e lì riposerà fino alla fine della legislatura. L’avvio del processo riuscirà a scuotere dal torpore quanti ancora credono che l’Italia sia senza peccato in tema di rispetto dei diritti umani? O forse si pensa che Napoli, Genova, Pistoia, per non parlare di Lampedusa, siano città del Sud America e che il tempo sia fermo a trenta o quaranta anni fa?





