Suggerirei una chiave di interpretazione utile a connettere tra loro diversi eventi politico-parlamentari di queste settimane: può essere una buona ragione per prenotare un posto sui treni diretti, sabato prossimo, 15 ottobre, alla manifestazione contro la direttiva Bolkestein. La quale, varata quando Prodi era a capo della Commissione europea, non solo aggredisce letteralmente i diritti dei lavoratori brandendo il cosiddetto “principio del paese di origine”, quello per cui se tu sei un lavoratore greco, e lavori in Francia per una impresa greca, prenderai uno salario greco. Ma liberalizza di fatto il mercato dei servizi. Più o meno lo stesso tema, insieme ad altri orrori sull’agricoltura, è la posta in gioco nelle trattative per il nuovo “round” dell’Organizzazione mondiale del commercio, per preparare la quale il Consiglio generale si riunisce a Ginevra: e nella città svizzera, il 15 ottobre, si protesterà vivacemente.
Questa è la cornice nella quale vanno collocate la legge finanziaria, la riforma costituzionale [la cosiddetta “devolution”, la stessa legge elettorale proposta dalla destra, nonché provvedimenti di enorme importanza ma assai distrattamente trattati dai media come la legge Lupi sull’urbanistica. Tutto questo, preso insieme, ha l’effetto di sgretolare la capacità di municipi, province e regioni di governare le condizioni delle società locali, dell’ambiente e del territorio.
La finanziaria, è noto, toglie denaro agli enti locali per spostarlo verso le imprese, secondo il dogma per cui sarà la “crescita” a risolvere tutti i problemi. Ma tagliare i bilanci dei comuni non significa solo attentare a quella quota – ormai maggioritaria – di welfare assicurato localmente: vuol dire anche colpire le economie locali, possibile alternativa alla religione del Prodotto interno lordo, e aprire la strada alle privatizzazioni dei servizi. Il sindaco di Firenze, e presidente dell’Anci, ha giustificato la vendita di parte dell’acquedotto con la mancanza di fondi nelle casse del comune. La legge Lupi, votata al Senato anche da una parte del centrosinistra, a sua volta sottrae ai comuni la possibilità di governare il territorio attraverso strumenti come il Piano regolatore. E se non ci sono soldi, cosa si fa? Si concedono licenze edilizie, così almeno si incassano gli oneri di urbanizzazione.
Se a questa sostanza si sommano le forme, si vedrà come la riforma costituzionale accentra i poteri sull’esecutivo, anzi sul “premier”, e che la “devolution” è una sorta di neo-centralismo regionale, che di nuovo sottrae sovranità alle comunità locali. Ancora: la riforma elettorale è certo un tentativo, come dice l’Unione, di cambiare le regole a gioco in corso. Ma la legge elettorale toscana, presa a modello dalla destra, abolisce la preferenza, che certo comportava voto di scambio ecc., ma l’inverso è che a stabilire chi viene eletto sono i partiti: per quanto gestito in maniera monopolistica, l’uninominale, per il suo carattere teoricamente “locale”, potrebbe invece essere oggetto di partecipazione, come il fiorire di “primarie” – più o meno riuscite – dimostra.
Conclusione: si tratta della più grave frattura democratica nella storia repubblicana, perché è la stessa Costituzione a dire che la cellula di base della democrazia è il comune, un fatto indiscutibile anche a non voler guardare alla crisi della democrazia rappresentativa provocata dalla globalizzazione e alla nuova partecipazione che, in Italia, viene sperimentata da amministratori e associazioni della Rete del Nuovo Municipio e non solo. Una grande manifestazione, il 15 ottobre, potrebbe alzare un argine.





