Die Linke e il Pil

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Chissà se i socialdemocratici tedeschi leggono la Repubblica. E chissà se la leggono Oskar Lafontaine e Gregor Gysi, i due leader di Die Linke, il nuovo partito di sinistra che ha sorpreso tutti aggiudicandosi quasi il 9 per cento dei voti e rendendo un rompicapo impossibile la geometria delle coalizioni di governo, all’indomani delle elezioni politiche di domenica scorsa. Già, perché sul giornale fondato da Eugenio Scalfari, giusto domenica, è comparso un sorprendente articolo di Giorgio Ruffolo, economista e socialista di lungo corso. Sorprendente almeno quanto quello di Giovanni Sartori, che, sul Corriere della Sera, in prima pagina, aveva commentato così il disastro di New Orleans: “Non sarà il mercato a salvarci”.

Ruffolo osa attaccare un tabù: il Prodotto interno lordo. E lo fa per lamentare la “sostanziale adesione” di ogni tipo di sinistra a “una economia di mercato totalitaria”. E va bene che si sia rinunciato alla rivoluzione, aggiunge Ruffolo, ma non va bene che si sia abdicato a “qualunque progetto di società che tenga conto dei bisogni e dei valori che il mercato ignora e offende”. E in questo ambito il “pirlismo” della sinistra [non si parla del giocatore del Milan, Andrea Pirlo, ma di un atteggiamento, molto milanese, da “pirla”, da scemo], consiste nella “riduzione della sua strategia alla deriva della crescita continua e indifferenziata [di tutto, di più]”. E quelli che si permettomno di far notare “l’insignificanza” del Pil, vengono “considerati frivoli disturbatori”. Ruffolo cita Georgescu Roegen, Amartya Sen e altri, per concludere ripercorrendo – non si sa quanto involontariamente – la “narrazione” del mondo, e la critica dell’economia, che il movimento altermondialista va facendo da almeno quindici anni. In sintesi: ci vogliono indici, o parametri, molto diversi, per misurare il benessere di una società e del suo ambiente naturale.

Presumiamo che gli “economisti marxisti” che imperversano nella sinistra più o meno radicale [il manifesto annuncia un suo convegno che li riunisce proprio tutti, in nome della “politica economica” dell’eventuale governo dell’Unione], e i riformisti-liberisti dei Ds e della Margherita [secondo i quali la “crescita” è la medicina di tutti i mali], ignoreranno o leggeranno con sufficienza questo articolo di Giorgio Ruffolo, un “frivolo”. Chi non può ignorarlo siamo noi, sostenitori dell’"altra economia", o della “decrescita”, o in ogni caso della demolizione dell’indice denominato Pil: questo articolo, come quello di Sartori, è l’ennesima riprova non solo del fatto che il movimento “in crisi” sta contagiando con le sue ragionevoli e radicali tesi persone e settori inaspettati, ma soprattutto che l’apparato economico-militare, e quindi politico, chiamato “neolibersimo globale” sta perdendo i pezzi. Il pensiero unico è rimasto solo.
Questo è un giudizio forse troppo ottimista. Ma guardiamo appunto alla Germania. Per una volta i sondaggi hanno fatto cilecca sulle percentuali, ma hanno azzeccato la previsione sulla situazione complessiva che il voto anticipato avrebbe creato. Nessuno ha la maggioranza. In particolare, i due “elefanti”, la Spd e la Cdu-Csu, sommate insieme, arrivano a due terzi dell’elettorato. L’altro terzo è in libera uscita. Una “Grosse Koalition”, oggi, non avrebbe quel 90 per cento dei parlamentari che ebbe negli anni sessanta. Segnale, forse, che l’alternanza tra un liberismo duro [meno tasse per promuovere la crescita] e un liberismo più morbido [un po’ meno stato sociale per destinare le risorse alla crescita], non ha trascinato, in una polarizzazione elettorale molto spettacolare [incluso lo scontro personale tra Schroeder e Merkel], la stragrande maggioranza degli elettori, come accadeva in passato. Certo, ci sono altri fattori in gioco, primo tra tutti il destino della ex Germania est, dove il partito post-comunista continua a viaggiare su medie oltre il 20 per cento.

Ma il punto è, ed ecco come c’entra l’argomento di Ruffolo contro il Pil: la Germania [come ogni altro paese europeo] può difendere, anzi rafforzare, il sistema di protezione sociale promuovendo la crescita, cioè la produttività, cioè le esportazioni? Può farlo, in un mondo in cui la competizione ormai si basa sul sottosalario, sui diritti ignorati e sulla natura violentata dei lavoratori cinesi? E’ questo, che hanno in mente Lafontaine e Gysi? Si è letto che l’ex dirigente della Spd, oggi fondatore di Die Linke, avrebbe usato nella sua campagna anche toni xenofobi, contro l’"invasione" dei lavoratori stranieri. Forse non è proprio così, Ma la domanda resta: la crisi del neoliberismo, che tra l’altro rende “ingovernabili” le “democrazia occidentali”, la si supera, nei suoi effetti antisociali [e antiambientali], marciando verso il passato o cercando soluzioni nuove?

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