Da quando il nuovo ambasciatore degli Stati uniti, John Bolton, si è messo con la matita rossa a spulciare il documento che avrebbe dovuto aprire solennemente l’assemblea generale dell’Onu, nemmeno la retorica della celebrazione dei 60 anni delle Nazioni unite è riuscita più a coprire le crepe del Palazzo di Vetro.
Settimane di frenetiche trattative, sulle virgole e gli aggettivi, tra i rappresentanti di 191 paesi, hanno prodotto un documento misero, ancora più piccolo del proverbiale topolino. John Bolton si è detto parzialmente soddisfatto, anche se il suo lavoro di ostruzionismo non è riuscito del tutto. Kofi Annan, che forse per il posto che occupa deve essere un inguaribile ottimista, ha detto che il documento “è una base su cui costruire”. La bozza, che nessuno si azzarda a considerare definitiva, avrebbe dovuto essere l’avvio della tanto desiderata riforma delle Nazioni unite, invecchiate precocemente sotto le spinte della globalizzazione neoliberista e delle decisioni unilaterali dell’unica ex superpotenza [oltre che di molte minori “potenze regionali”, da Israele alla Cina].
I temi su cui la controversia si è concentrata sono stati la creazione di un organismo indipendente internazionale per la tutela dei diritti umani, la definizione di terrorismo e la gestione amministrativa dell’Onu stessa. I governi hanno dribblato, emendato, aggiunto e, infine, eliminato del tutto, tenendo anche ben stretti i cordoni della borsa. Eliminata del tutto, prima di ogni discussione, è stata anche l’idea di riformare quel direttorio da guerra fredda che è il Consiglio di sicurezza, così come sono caduti dal documento finale gli impegni per il disarmo sia convenzionale che nucleare. La lotta alla povertà è diventata un generico impegno a sostenere i già timidi Obiettivi di sviluppo del Millennio. Le alleanze che hanno prodotto questo risultato sono state a geometria variabile, anche se, alla fine dei conti, gli Stati uniti si sono trovati sullo stesso lato della barricata ostruzionista con alcuni solidi alleati [Egitto e Pakistan] e molti presunti nemici [Siria, Iran, Cuba, Venezuela], ciascuno con le proprie ragioni di stato da opporre. Ha brillato per assenza, come sempre e perfino di più, l’Unione europea, ostaggio del revival degli stati nazionali del vecchio continente. Ha brillato per aspirazioni frustrate l’Italia, che da anni si dimena per un progetto di riforma che le riconosca il “ritrovato prestigio internazionale”, di cui pare non essersi accorto nessuno. Berlusconi ha detto di essere sicuro che uno dei posti a rotazione del Consiglio di sicurezza spetterà all’Italia. Può darsi, ma è irrilevante. Vista l’aria che si respira nel Palazzo di vetro, è una medaglia falsa, che non vale nemmeno molto per la campagna elettorale.
New York è blindata come poche volte nella sua storia. Da mercoledì a venerdì ci saranno praticamente tutti i capi di stato e di governo del mondo. L’assemblea generale del sessantesimo anniversario è stata già definita “il più grande summit della storia dell’umanità”. Purtroppo è vero.





