Zona rossa 2

050905blocchi02

Abbiamo usato un simbolo forte, dicendoci: magari il messaggio arriva. Non è affatto semplice, di questi tempi, riuscire a far penetrare anche solo una parola, nel fragoroso monologo dei politici, che invadono ogni spazio, anche il più trascurabile, con il loro ossessivo gioco dei quattro cantoni elettorali. Che dire, ad esempio, del fatto che la catastrofe di New Orleans ha lasciato molto rapidamente il posto, nelle prime pagine dei quotidiani, a un dramma molto più urgente: la minaccia di Casini di abbandonare Berlusconi? Allora: abbiamo detto “Zona rossa”, sul settimanale in edicola questa settimana, per dire che in un certo senso siamo di fronte, noi cittadini, a qualcosa di molto simile alle barriere che, quattro anni fa a Genova, chiusero il centro storico a difesa degli Otto Grandi.

Il paragone è certamente eccessivo, gli Otto Grandi non sono in questo caso poi così colossali, e le barriere sono virtuali. Inoltre, in ballo c’è non l’assetto mondiale ma, molto più modestamente, l’Unione del centrosinistra e il futuro inquilino di Palazzo Chigi [sperando che Berlusconi vada in esilio, come promette, alle isole Cayman: o erano le Bahamas?]. Ma un’altra differenza sostanziale, da allora, è che la rete di aggregazioni, associazioni, movimenti politici e sociali che diede vita al Genoa social forum, riuscendo nell’impresa di organizzare azioni comuni e allo stesso tempo distinte, oggi non c’è più. O per lo meno la percezione–comune a tutti–che insieme è meglio non riesce a diventare massa critica. Per cui non solo la piccola “zona rossa” resta inviolata, ma c’è anche chi, invece di scavalcarne le reti, ha la tentazione di accomodarvisi, perché invitato, o cooptato, dai suoi abitatori.

Possiamo dire che “il movimento” sia oggi più debole del 2001?
Certo, allora a spingere c’era la forza della novità: qualcosa di inedito si affacciava sulla scena sociale e politica. Ma oggi, Carta ne è certa perché censisce ogni giorno quel che succede “in basso”, nella società, le proposte, e le lotte, delle reti sociali sono enormemente più diffuse e, in molti casi, ottengono risultati spettacolari. Inutile fare l’elenco. Basti dire che su un tema come l’acqua, che simboleggia da solo tutta l’ideologia chiamata “privatizzazioni”, il pendolo si è ormai rovesciato, ed è senso comune di ogni comunità che gli acquedotti è meglio restino pubblici, meglio se con un controllo cittadino assiduo, così come la scuola, i trasporti, la sanità e così via. O basti dire che tutte le forze politiche, compresa la destra, agitano come promessa elettorale il ritiro delle truppe dall’Iraq.

E allora, cosa impedisce che la parola che chiede altra economia e nuova democrazia interrompa il monologo della politica? Noi lanciammo ormai due anni fa una cosa che chiamavamo “le secondarie”, cui parteciparono migliaia di persone, indicando i tre temi che consideravano prioritari nel programma dell’Unione. Voglio dire che ce ne siamo accorti per tempo, del problema. E molti altri se ne sono accorti. La segreteria della Cgil, ad esempio, spedì a Prodi il suo “programma”, che conteneva molte delle acquisizioni di un rapporto con il movimento iniziato già nel 2002. L’Arci ora propone una massiccia raccolta di firme in calce a un documento in dieci punti. I centri sociali, o disobbedienti, di punti ne propongono quattro, e si chiedono anche se candidare un non-candidato alle primarie dell’Unione, nel tentativo di rompere il gioco. Ma le stesse primarie, viste dal lato di Rifondazione, partito che ha partecipato da sempre e con pieno impegno all’assedio della “zona rossa” di Genova, sono a loro volta “un’occasione”, come ha risposto Fausto Bertinotti a una nostra lettera, per far pesare il rifiuto della guerra, e le molte altre cose indicate dal movimento “alter”, negli equilibri dell’Unione. Noi stessi, insieme a molti altri, abbiamo promosso un Cantiere che, speriamo [se ne discute martedì 6, nella sala di vicolo Valdina, a Roma, ore 10, e chiunque è invitato], diventerà un grande Forum per la democrazia, il 22 e 23 ottobre a Bari.

Ma cosa? L’impressione è che tutti abbiano lo spirito giusto, e che però la tradizionale geografia di sinistra, e i riflessi condizionati provocati da quella geografia, rischino di avere il sopravvento sulle buone intenzioni. Cgil e Arci sono sì indipendenti dai Ds, cui erano storicamente legate, ma non possono apparire troppo legate a Rifondazione in periodo elettorale. Rifondazione a sua volta ha ora il problema di massimizzare il risultato, alle primarie, del suo segretario, trovandosi in concorrenza con i Verdi e i Comunisti italiani [i primi hanno a loro volta candidato Pecoraro Scanio, i secondi sono ostili a Rifondazione]. I cattolici più radicali, e gli aggregati come Lilliput [non sono esattamente la stessa cosa], si ritraggono da queste tempeste politiche in un bicchiere d’acqua sparendo alla vista [benché facciano molte cose ottime] e rischiando in qualche caso di interpretare il loro rifiuto degli “schieramenti” in modo accomodante [vedi l’invito a D’Alema alla festa di Lilliput], in mancanza della buona radicalità nonviolenta che dovrebbe essere l’ispirazione principale di Lilliput. E così via.

Allora, siccome i tempi della politica sono precipitosi, ecco l’ultimo appello utile, per quel che vale [cioè zero virgola, dato che Carta non ha cinque milioni di iscritti come la Cgil né decine di centri sociali in giro per il paese, ma solo qualche migliaio di lettori]. Nel settimanale, e nel sito, pubblichiamo una nostra “proposta” [e le prime risposte, cui ne seguiranno molte altre, speriamo]. Proposta che in verità è molto semplice: proviamo a riaprire uno “spazio pubblico” del movimento [o “sociale”, come suggerisce Raffaele Salinari, un po’ come prima di Genova, aggiunge Luca Casarini], in cui equilibri, aderenze o rivalità di sinistra, e la conta dei voti delle primarie [una volta stabilito che se Bertinotti, e anche Pecoraio Scanio, prendono molti voti, è meglio], abbiano l’importanza relativa che meritano.

E ci si chieda come proporre in modo unitario, e plurale, il da farsi dell’Unione su cui, all’incirca, siamo tutti d’accordo, salvo sottolineature attorno alle quali si potrebbe facilmente lavorare di cesello.
Il primo ottobre, un sabato, noi invitiamo soci, collaboratori e amici di Carta a discutere del futuro della nostra impresa e, insieme, invitiamo tutti, nel pomeriggio di quel giorno a un incontro pubblico sul futuro del movimento, usando come occasione il libro che stiamo editando [insieme a Intra Moenia] con gli scritti di Revelli su Carta, una sorta di “cronaca” del tumultuoso inizio del nuovo secolo. Si concordi o meno con noi o con Revelli, è una possibilità di incontro, cui parteciperanno studiosi come Tonino Perna e Bruno Amoroso, o persone come Alex Zanotelli, tra molti altri. Vogliamo farne la prima prova del nuovo “spazio pubblico”?

invia per mail torna su
dello stesso autore
Archivio degli editoriali
Seleziona un periodo
20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abiti puliti aborigeni acqua Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina animalisti Annapolis antifascismo antimafia antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi Atene 2006 atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein Bologna Brasile brimania Britel Bulgaria Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali Caracas 24/29 gennaio carbone carcere Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiaiano chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città cittadinanza clandestini clandestino clima Colombia commercio commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione conoscenza consumi consumo critico contadini controvertice cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi alimentare critical mass Cuba De Gennaro Deavos decrescita decrescita. agricoltura biologica democrazia detenuti detenzione diritti diritti globali diritti umani disarmo documentario donne droghe ecologia ecomafia economia Ecuador editoria Egitto