Qualche settimana fa, a luglio, Howard Zinn, in un colloquio all’ombra dei pini romani, ci disse: perché i cittadini statunitensi si rendano conto dei tarli del sistema economico e politico in cui vivono sarebbe necessaria una qualche catastrofe naturale. Zinn pensava a un evento legato ai cambiamenti climatici, che è la vera emergenza, secondo lui, del nostro tempo. Dopo l’arrivo di Katrina, quelle parole suonano anticipatrici. Gli ultimi sondaggi pubblicati dalla stampa statunitense dicono che il 59 per cento degli intervistati pensa che Bush abbia reagito male e in ritardo alla tragedia che aveva colpito la Louisiana e il Mississippi. Unendo questo dato a quello del crollo del sostegno alla guerra in Iraq, si vede bene che Katrina ha causato l’onda finale destinata a coprire di fango anche la Casa bianca.
La reazione lenta non è stata solo di Bush. La cosiddetta comunità internazionale, molto pronta a inviare aiuti nell’Asia meridionale colpita dallo tsunami, è stata poco reattiva. Probabilmente per un senso di incredulità. Ma come? L’iperpotenza non è attrezzata a gestire un’emergenza, epocale sì, ma comunque circoscritta a confronto con l’immensità del suo territorio e delle sue risorse? Ebbene no. Allo stesso modo, la potenza, non più iper, non riesce a far prevalere la sua volontà in Iraq. Le storie che con stupore noi europei leggiamo sui giornali o vediamo in televisione, i colpi di fucile contro gli elicotteri dei soccorsi, e viceversa, i saccheggi per necessità o per la semplice sensazione di poterla fare franca, non fanno altro che illuminare, una volta tanto, i coni d’ombra, le rughe di un’America che si scopre sempre di più fragile, esposta, vulnerabile come chiunque altro.
L’acqua non si è ancora ritirata e già salgono le polemiche. Contro Bush e le spese militari che hanno impedito che i lavori di ammodernamento del sistema di pompe idrauliche che proteggeva New Orleans fossero completati; contro polizia e servizi d’emergenza, del tutto inadeguati; contro le strutture della società, che consentono che decine di migliaia di persone vivano in case di legno, quando non in baracche, come una Aceh qualsiasi; contro l’assenza della Guardia nazionale dei due stati, schierata a Baghdad e dintorni.
Zinn diceva che una catastrofe ecologica avrebbe potuto sollecitare una più profonda riflessione dell’America su se stessa. La riflessione si era timidamente avviata dopo l’11 settembre, salvo poi interrompersi al suono delle marce militari. È ripresa con l’accumularsi delle bare di ritorno dall’Iraq ed è probabile che, raccolti i cadaveri dalle acque, continui adesso. Soprattutto, che non sia solo una stima dei danni materiali.





