“Alcune parti della costituzione irachena sono una ricetta per il disastro”. È il giudizio lapidario di Amr Moussa, segretario della Lega araba. Giudizio forse interessato alle sorti dei sunniti d’Iraq (i sunniti, maggioranza in tutto il mondo musulmano, sono minoranza solo in due paesi, Iraq e Iran), tuttavia giudizio autorevole, per quanto la Lega araba abbia perso molta della sua credibilità negli ultimi anni. Il giudizio di Moussa tuttavia, rimanda a due questioni essenziali, tra le tante che ruotano attorno alla credibilità del documento su cui gli iracheni dovranno esprimersi il prossimo 15 ottobre. La prima è ovviamente il ruolo dei sunniti, e più in generale delle componenti politiche irachene che, per un motivo o per l’altro, non sono soddisfatte della nuova costituzione.
Il processo di scrittura di quello che dovrebbe essere il documento fondante del nuovo Iraq post-Saddam è stato viziato, oltre che dall’occupazione e dalla guerra, dall’esclusione (autoesclusione in alcuni casi) di alcuni pezzi fondamentali della società. Non solo i sunniti, ma anche, per esempio, le donne, sottorappresentate nella commissione che ha redatto il testo e con scarsa voce in capitolo circa il ruolo della sharia tra le fonti del diritto del nuovo stato. Appena udibile è stata anche la voce delle altre minoranze (turcomanni, caldei, cristiani di varie confessioni, laici di diverso orientamento) e il “dibattito” è stato monopolizzato da sciiti e kurdi. Una convergenza (temporanea?) degli interessi di queste due componenti dell’Iraq con quelli della Casa bianca ha consentito che il teatro proseguisse. Bush può così raccontare che si va verso l’approvazione di una costituzione che finalmente sancisce la nascita di un Iraq “democratico”. Le baionette hanno fatto il loro dovere.
Il secondo punto, però, che Moussa sottolinea è che la costituzione irachena andrebbe giudicata anche inserendola nel contesto geografico. Se gli stati vicini (tutti sunniti, ad eccezione dell’Iran) non considerano accettabile il nuovo assetto istituzionale iracheno difficilmente qualsiasi regime o governo che sarà al potere a Baghdad potrà dormire sonni tranquilli. Specialmente se il regime o il governo viene identificato con due “fonti di guai” per i paesi della regione, gli sciiti e i kurdi.
L’impressione è che tutti i giocatori stiano tentando lo stesso bluff: tutti danno per definitivo e “costituente” un documento che, in realtà, è nato per essere temporaneo. I kurdi sperano di lavorare, di fatto come hanno fatto fin dal 1991, per “sganciarsi” sempre di più dal nuovo Iraq e arrivare a un stato quasi-indipendente (infatti, non hanno intenzione di smobilitare le milizie peshmerga); gli sciiti sperano, tra giacimenti e influenza degli ayatollah, di arrivare a un controllo completo del sud e magari anche di Baghdad, forse con l’obiettivo di fondare una repubblica islamica; Bush spera di avere un qualsiasi salvagente politico che gli consenta di uscire dal pantano senza perdere troppo la faccia; i sunniti, cercano di lasciarsi degli spazi per ritornare a giocare un ruolo di primo piano nel paese.
Aggiungendo il petrolio e le autobomba, c’è poco da stare allegri. I guai iracheni non sono finiti.





