Bene, bene. Finalmente i preliminari e le amichevoli sono finiti. Domenica si gioca. Comincia il campionato di calcio. Si riaccende quella passione che solo una cultura di sinistra penitenziale e cupa ha potuto sistematicamente sottovalutare, come perdita di tempo “circense” sciocca, sollazzo momentaneo e ingannevole che oscurava la luce dell’avvenire socialista in nome del quale sacrificarsi. Le persone giocano, ne hanno bisogno almeno quanto del “lavoro”, ammesso che tra le due principali attività umane vi sia poi una gran differenza. Perciò quando il giovane Ronaldo con la maglia del Barcellona cadeva e in un movimento fluido si rialzava e ripartiva palla al piede Manuel Vazquez Montalban intravedeva il sorriso degli dei. Per questo nella terra dei venti perenni, la Patagonia, le partite raccontate da Osvaldo Soriano non finivano mai, come la desolazione del paesaggio.
Ci piace giocare e ci piace veder giocare. Ci piace appassionarci e parteggiare. Perciò, nonostante tutto, aspettiamo il campionato, la Champions League [anche se si chiama in inglese] e tutto il resto con un’ansia che diventa l’occhiata apparentemente distratta, e colpevole [siamo di sinistra], alla pagina sportiva che viene dopo l’alta cultura e l’altissima finanza. Ma Figo non sarà logoro? Che fare di Cassano? E Vieri è davvero dimagrito?
Ma questo amore per il gioco è anche un piede di porco. Ci scardina il piacere e lo trasforma in ansia, qualche volta in paura, spesso in complicità. Perché il calcio, proprio perché è tanto amato, viene usato da politici e governi, da affaristi e grande finanza. State attenti ai tre gradini, direbbe un cartello onesto.
Il primo gradino è la “tolleranza zero”. Il ministro Pisanu, oltre a terroristi e “clandestini”, ha un altro buon argomento per erodere le nostre libertà: gli “ultras”. I mostri che la domenica [o il sabato o quando diavolo ormai si giocano le partite] vanno allo stadio solo per fare a botte, lanciare razzi, buttar giù motorini dagli spalti, esporre striscioni razzisti e nazisti, picchiare un poliziotto, e così via. Di fronte a questi animali, non c’è che una strada: rispondere alla violenza con la violenza, sorvegliare punire, perquisire e confinare [nel senso del confino di polizia, proprio quello], decretare, organizzare eserciti di poliziotti. Ma è questa, davvero, l’unica strada? Chi si preoccupa [oltre a noi e a pochi altri giornali] di cercare di guardare davvero dentro l’universo “ultras”, le sue contraddizioni, i suoi slanci e le sue solidarietà buone e cattive?
Sono stato a vedere la finale di Coppa Italia, all’Olimpico, due mesi fa, tra Roma e Inter. Ha vinto l’Inter, ragione per arrabbiarsi moltissimo, e infatti la gente intorno a me era proprio incazzata. Ma a pochi metri sedeva una famigliola impegnata a divorare panini: lui con la maglietta dell’Inter, lei con quella della Roma, il bambino con la sciarpa dell’Inter e la bambina il cappellino della Roma. Nessuno li ha molestati. Erano un piccolissimo indizio, quei quattro.
Secondo gradino: il potere politico liberista [le due cose, economia e politica, vanno insieme]. Adriano Galliani è presidente della Lega calcio e vicepresidente del Milan, cioè di Berlusconi. Mediaset, di Berlusconi, compra i diritti del calcio, grazie a una resistenza finta della Rai. Tutti i sospetti sono legittimi. Ma allo stesso tempo Sky [cioè Rupert Murdoch, l’unico concorrente di Berlusconi in virtù della sua dimensione globale] organizza uno show calcistico tale, come dice un manager di Sky, che la pay tv sembra una Ferrari e Mediaset una Duna [l’auto più brutta mai prodotta dalla Fiat]. L’affare è grosso. Tanto più che si intreccia con la compravendita di squadre di calcio, i cui destini non sono dettati dal campo, dai risultati, ma dai bilanci.
Il Torino, club potenzialmente molto importante grazie alla sua storia e al suo bacino di utenza, diciamo così, era in mano a finanzieri cialtroni, perciò arriva un sub Berlusconi e se lo compra. E’ business, come quello di Della Valle con la Fiorentina [a suo tempo fallita] e di Tronchetti Provera e Moratti con l’Inter [e ambedue hanno cercato di opporsi al “cartello” formato da Juventus e Milan, il primo rischiando la serie B e i secondi non vincendo nulla in sedici anni]. Quanto è profondo l’abisso? Quali alleanze e operazioni finanziarie [in cui sono coinvolte molte banche, spesso con ruoli determinanti, come nel caso di Banca di Roma]? L’industria dell’intrattenimento, inclusa l’"informazione", è la principale del pianeta, quanto a volumi finanziari. Il calcio ne è una succursale.
Il terzo gradino è, appunto, lo show. Che non ha effetti solo economici, ma forse soprattutto nella cultura diffusa. La messa in scena della competizione, dell’individualismo del divo [nel caso dei grandi calciatori], il frammentare la realtà in uno spezzatino di immagini al rallentatore, schiacciate dal teleobiettivo, l’iterazione, quella cosa per cui appunto quando si va allo stadio si resta sconcertati dal non vedere il replay del gol o l’espressione sulla faccia del giocatore, tutto questo che effetto ha, sulla primaria voglia di gioco degli spettatori? Cosa diventa un esercizio collettivo, che nelle sue rappresentazioni esibisce la complessità dei sentimenti umani, e le loro interazioni tra persone, e tra comunità, ossia le due squadre che simbolicamente le interpretano? E’ come se la tragedia greca classica, con il suo schema potenzialmente infinito, nelle sue combinazioni di protagonista e antagonista, di coro e catarsi, ecc., diventasse una collezione di gesti eroici isolati, utili solo a vincere la guerra contro “gli altri”, che perciò diventano “gli ebrei” o “i comunisti”, insulti tipici delle curve.
Per fortuna, il senso comune ha un suo genio invincibile, e nessun Murdoch e nessun Berlusconi potrà mai cancellare la foga amichevole, l’arguzia della presa in giro, il puro divertimento, come quello striscione dei tifosi fiorentini contro quelli del Como: “Voi comaschi, noi co’ le femmine”. In questo orrendo circo, come del resto in tutti i circhi messi su da quella cosa chiamata neoliberismo, alla fine vi sono esseri umani, in campo e sugli spalti degli stadi: il campionato, alla fine, lo vinceranno loro.





