Meglio affidarsi all’idrogeno che al nucleare per far fronte alla crisi energetica derivata dai prezzi del petrolio in continua crescita: ne è convinto il ministro dell’ambiente Altero Matteoli ‘’Io – spiega in una conferenza stampa al Meeting di Rimini -all’idrogeno ci credo molto: in questi anni ho visitato numerosi stabilimenti in cui sono stati fatti passi da gigante. Una fonte di energia sicuramente preferibile al nucleare’’. ‘’Per costruire una centrale nucleare – dice Matteoli – ci vogliono 12 anni e poi chiediamoci anche quanto ci potrebbe volere per ottenere da un comune la licenza per costruirne una. Avremmo la prima centrale tra non meno di 15-16 anni’‘. Anche perché ’’le cosiddette fonti rinnovabili da sole non possono bastare’’. E, citando l’esempio delle centrali eoliche, il ministro conclude: ‘’Il nostro Paese è un po’ più bello, naturalisticamente parlando, di tanti altri: quindi bisogna trovare sedi opportune per gli impianti di produzione di questa fonte di energia’’.
Questo lancio di agenzia sulle dichiarazioni del ministro dell’ambiente sono a dir poco illuminanti. Per le seguenti ragioni: che il ministro disserti sulla convenienza o meno di tornare al nucleare concludendo che no, non conviene e che quindi è meglio ricorrere all’idrogeno. Dimenticando che in Italia, nel 1987, un referendum ha chiuso in un cassetto in modo definitivo l’utilizzo del nucleare. E qualcosa, questo, dovrebbe pur dire.
Ma c’è una seconda considerazione del ministro altrettanto paradossale e indicativa – come dire? – di una “forma mentis”. Matteoli dice che a lui le fonti rinnovabili non dispiacciono, anche se le considera [ma non ci dice in base a quali dati in suo possesso] del tutto insufficienti. Non solo, ma anche esteticamente discutibili, come nel caso delle pale dell’eolico. Ma ecco trovata la soluzione: se le pale non stanno bene su una collina toscana o su un promontorio pugliese, basta trovare “sedi opportune” altrove. Magari in Africa, come per i rifiuti chimici. O nei paesi dell’Est. Il mondo è grande e, per fortuna, pieno di posti più brutti [e più “accoglienti” dei nostri.





