L'altra campagna

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La compagnia di assicurazioni Unipol, è di destra o di sinistra? E se vuole comprare la Banca nazionale del lavoro, si comporta come qualunque altro potere finanziario, oppure ci mette un “di più” “popolare” o “cooperativo”? E, nel caso, in cosa consiste, questo “di più”? E perché il sindacato Cgil dei bancari reagisce alla prospettiva che Unipol conquisti la Bnl come farebbe di fronte a qualunque altro potere finanziario cerchi di prendere il controllo della banca? Queste domande sono molto serie. E allo stesso tempo fatue. Perché la ragione per la quale si dibatte di Unipol e Bnl, per chilometri di testo su tutti i quotidiani, non riguardano temi come l’occupazione, o il fatto che la Bnl figura in cima alla lista delle banche che finanziano traffici d’armi, o che sia tra quelle che depredano i loro clienti con balzelli assurdi [certamente è così, tutte le banche lo fanno, specie se italiane]. Se ne discute perché il “centro” del centrosinistra ha colto, nell’intenzione di Unipol, l’occasione di mettere all’angolo la “sinistra” del centrosinistra, sostenendo che esiste una “questione morale”, ossia un rapporto improprio tra Ds e Unipol [e Cooperative], tanto da disegnare un “conflitto d’interessi”.

I politici “oggi vivono in una polis in cui la calunnia, la grossolanità, la barzelletta, l’aneddoto, lo scandalo di moda sono cose di tutti i giorni, che vengono anteposti a dibattiti, approfondimenti e ricerca del consenso per le lotte fondamentali di una politica sociale e nazionale, etica ed ideologica, che promuova e organizzi il potere basato sulle forze popolari, e non su presunti ‘rappresentanti’, politici esperti o abili, le cui menzogne, promesse dimenticate e corruzioni di varia dimensione rafforzano le politiche di alienazione, dipendenza, ingiustizia, destrutturazione e distruzione del paese e del mondo”.

Ecco un giudizio che fotografa con esattezza il “dibattito” su Unipol e Bnl, così come i cento altri che riempiono i media e che altro non sono se non la rappresentazione di una bizantina competizione e ricerca dell’"immagine", ossia una politica basata sul marketing e sulla creazione di gruppi di potere.
A scrivere quel giudizio, però, non è un italiano, ma il grande scrittore messicano Pablo Gonzalez Casanova. Che lo ha scritto, in un lungo articolo per La Jornada di Città del Messico, a proposito della violentissima polemica che in Messico hanno suscitato le posizioni dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale, secondo il quale il candidato del partito di sinistra, Andrés Manuel Lopez Obrador, alle presidenziali del prossimo anno, è un liberista come i candidati degli altri partiti. E che dunque loro, gli indigeni ribelli, che godono di una grande autorità morale nel paese, non parteciperanno alla campagna elettorale, e anzi ne stanno organizzando un’altra, di campagna, che mira, grazie a “un altro modo di far politica”, “dal basso e per il basso”, a creare un “programma nazionale di lotta” e “un’altra Costituzione”.

Gli incontri, tra gli zapatisti ele organizzazioni sociali e politiche [non elettorali] sono in corso, nei municipi autonomi del Chiapas. Lì, gli zapatisti hanno precisato che loro non lottano per il potere, ma non pensano nemmeno che altri non lo debbano fare; che loro sono contro Lopez Obrador, ma che per dialogare non pongono questa pregiudiziale. Ciò nonostante, i sostenitori del “voto utile” li stanno ricoprendo di insulti. E nemmeno il vergognoso tramonto della presidenza di Lula, in Brasile, induce questi sostenitori dell’"alto per l’alto" a qualche riflessione.

Di queste polemiche e delle posizioni dell’Ezln potete informarvi in questo sito e grazie al numero 2 di Carta Etc, il nostro mensile in edicola, che contiene tra molte altre cose il testo fondamentale della “seconda rivoluzione zapatista” [come l’ha definita Immanuel Wallerstein], ossia la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona. E anche il prossimo numero del settimanale, in uscita il 29 agosto, se ne occuperà ampiamente. Perché? Forse siamo fissati, abbagliati dall’esotismo guerrigliero e indigeno?

Può darsi. A noi pare invece che il grande dibattito che si è aperto in Messico grazie all’iniziativa zapatista, e che non si apre in Italia perché non abbiamo nulla di paragonabile all’Ezln [e non parlo degli indigeni o della sollevazione in armi, ma di una autorità morale in grado di discutere da pari a pari con la ossessiva presenza dei “dibattiti” tra politici], parla direttamente di noi, fatte salve le grandi differenze che esistono tra il nostro paese e il loro. Perché la globalizzazione, invocata e lodata per la sua capacità di far circolare merci e informazioni, capitali e turisti, ha tra i suoi effetti collaterali – come sostengono ormai le teste pensanti più indipendenti di tutto il mondo – l’agonia delle prerogative sovrane degli stati nazionali, dunque della democrazia per come l’abbiamo conosciuta. Perciò la politica si trasforma in vendita di prodotti elettorali e in lobbies in concorrenza tra loro, dimentiche del bene comune e spasmodicamente protese alla tutela degli interessi privati.

Ci aspetta un anno difficile, come abbiamo già scritto. Non disponiamo di una Sesta Dichiarazione [e nemmeno di una Prima], siamo ricattati dall’eterno dilemma [meglio Prodi o Berlusconi?] e all’orizzonte si intravedono solo i segnali di quella nuova democrazia che sarebbe urgentemente necessaria, in tempo di guerra. Ma, almeno, potremo imparare qualcosa, leggendo di quel che si discute in Messico.

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