Carta avrebbe una proposta da fare. Letta la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona [integrale e in italiano in questo sito], ci siamo detti che abbiamo almeno un problema in comune con gli indigeni zapatisti, anche se noi non siamo discendenti dei maya, non disponiamo una figura autorevole come il subcomandante Marcos, i nostri partiti politici sono ridotti malissimo ma non ancora come quelli messicani, e nel paese dell’Ezln un cittadino su due è irrimediabilmente e tremendamente povero, mentre la nostra società si va impoverendo ma non a quella maniera drammatica. Dunque, siamo diversi. Ma in Italia e in Messico tra un anno si voterà, e la posta in palio è la cacciata di governanti iper-liberisti, Vicente Fox laggiù e Silvio Berlusconi qui. E in Italia, in Messico e in ogni paese del pianeta ci si chiede se davvero la democrazia rappresentativa, dove esiste, è un mezzo davvero efficace per cambiare la società. Le risposte sono ovunque molto dubbiose.
Dunque, gli zapatisti fanno sapere che percorreranno tutto il paese per stringere alleanze con ogni organizzazione sociale e di sinistra, o con ogni persona interessata. Per fare cosa? Per scrivere, insieme a tutte le persone e i gruppi con cui parleranno, un “programma nazionale di lotta”, per abbozzare una “nuova Costituzione”, per fare una campagna non elettorale. E, aggiungono, siccome sappiamo che noi messicani non siamo soli, e il capitalismo è globale, allora proponiamo a tutti coloro che resistono, in America latina come nell’"Europa sociale", di organizzare “incontri intercontinentali”: come e quando lo vedremo insieme, aggiungono [in gennaio sono in programma tre Forum sociali continentali, in Venezuela, nel Mali e in India, che potrebbero già essere occasione di questi incontri].
Bene, questa è la proposta che gli zapatisti fanno ai cittadini del Messico e ai cittadini del mondo. Una proposta che dice, semplicemente: sappiamo che non è attraverso le elezioni, appoggiando questo o quel candidato, diventando a nostra volta un movimento politico-elettorale che cambieremo le cose. Le cambieremo se le cambieremo, dicono, elaborando quel “programma nazionale di lotta” e quella “nuova Costituzione” insieme a “chi sta in basso”, e mettendole in pratica.
L’Italia, lo dicevamo, è diversa. Non tutta la politica è neoliberista, esistono partiti, sebbene minoritari, antiliberisti. Ma attorno al rapporto tra la società civile e la politica, anche nella sua parte migliore, ci stiamo tutti agitando ormai da qualche anno. Tutti chi? Le infinite organizzazioni e persone che hanno animato, almeno dal 2001 in poi, il movimento per un’altra globalizzazione, quello per la pace, quello per la tutela dei diritti del lavoro, quello per la rivendicazione dell’identità meridionale, quello per la casa, contro la precarietà, per l’accesso alla conoscenza, per la difesa dei beni comuni come l’acqua, per la nuova democrazia municipale, per la tutela delle comunità e della natura dallo “sviluppo” distruttivo, e l’elenco è ancora lungo. Tutti, e ciascuno a suo modo, si sono chiesti: come far diventare un “programma nazionale di lotta” tutto quel che stiamo progettando e facendo?
Allora, quel che Carta ha da proporre è che tutti coloro che hanno creato il movimento di Genova 2001, tutti coloro che hanno dato il via al grande movimento contro la guerra, i sindacati, le iniziative e reti locali, la sinistra che non mette avanti a tutto la ricerca di voti ma la coesione sociale, tutti insieme potrebbero creare un gruppo ampio di persone, sufficientemente autorevoli e rappresentative delle diverse culture, dei diversi movimenti e delle diverse organizzazioni, e questo gruppo potrebbe proporre, città per città, incontri, forum o cantieri, o quel che si vuole, perché la maggior quantità possibile di cittadini, di movimenti, organizzazioni e persone singole possano esprimere la loro opinione, indicare le priorità, suggerire una soluzione. Un tour, un giro in tutto il paese, con l’appoggio di municipi, province e regioni, di organizzazioni sindacali o politiche o di altri tipi. Con lo stesso scopo che suggeriscono gli zapatisti: scrivere insieme un “programma nazionale di lotta”, fare una campagna non elettorale, immaginare insieme il paese che vorremmo.
Il nostro “cantiere per il futuro”, la “camera di consultazione”, la rete cattolica delle “comunità critiche” e i missionari, e l’Arci, la Rete di Lilliput, le Ong come Un ponte per o Terre des hommes, i media indipendenti, le sinistre non liberiste come Rifondazione, i Verdi, la sinistra ds e i Comunisti italiani, molte federazioni o organizzazioni territoriali della Cgil e i sindacati di base, le centinaia di amministratori locali che promuovono la partecipazione, le centinaia di botteghe del commercio equo e solidale, i Gruppi di acquisto solidali e la ormai grande finanza etica, il terzo settore che nasce dal basso e lì resta, le centinaia di docenti e ricercatori orientati al bene comune e specialisti in scienza e tecnologia non liberiste, i centri sociali e i movimenti per il diritto all’abitare, i cineasti e i narratori non rassegnati a produrre solo per il mercato, tutto questo, e molto altro, se riuscisse a trovare il modo di agire insieme, non sarebbe altrettanto influente, capace di convocare milioni di cittadini, come dopo Genova, o alla vigilia della guerra in Iraq? Tutto questo, tutto insieme, pur nella sua diversità, non sarebbe autorevole quanto lo è, in Messico, lo zapatismo? Non varrebbe almeno la pena provarci?
Carta è una voce modesta. E siamo anche molto sospetti: il nostro legame con gli zapatisti è notoriamente forte, e per di più pensiamo che si debba cambiare il mondo senza prendere il potere. Ma quel problema, ossia come evitare che il cambio di governo sia solo la sostituzione di una faccia con un’altra, lo abbiamo tutti, lo abbiamo comunque. E restare ciascuno nella sua vecchia casella non è la migliore delle soluzioni. Può essere che abbiamo bisogno di sentirci ambiziosi e fiduciosi, dopo tutto, noi che non partecipiamo a nessun potere.





